«L’Unione fallirà, sarà solo una parentesi»

Adalberto Signore

nostro inviato a Trieste

«Abbiamo appena chiuso una campagna elettorale, oggi ne apriamo un'altra». La sintesi della prima uscita pubblica dopo le elezioni, Silvio Berlusconi la fa appena salito sul palco del PalaTrieste. Poi, neanche il tempo di prendere fiato, e subito l'affondo: «Il voto resta una ferita nel cuore, ma ci sono state clamorose irregolarità. E comunque, sommando i risultati di Camera, Senato e circoscrizione estero, la Casa delle libertà resta la prima coalizione d'Italia con 220mila voti in più. Insomma, questi signori avranno pure la maggioranza nelle Camere ma siamo noi i vincitori morali e politici di questa tornata elettorale». Su Romano Prodi nessun passo indietro: «Non ho fatto e non gli farò alcuna telefonata. Non gli farò nemmeno gli auguri di buon lavoro perché sarebbe contro gli interessi dell'Italia». Con un corollario: dopo tutti gli insulti che ho ricevuto in campagna elettorale, «dovrebbe essere lui a chiamare per chiedermi scusa». E sulla telefonata di George Bush (che ieri si è congratulato con Prodi) il premier si limita a una battuta: «Ci mancherebbe che non l'avesse fatto. Ma ora scusate, vado di fretta... devo sentire Bush per dirgli che le speranze non sono tutte perse».
La strategia del Cavaliere, dunque, rimane quella degli ultimi giorni. Con un Berlusconi sempre più convinto di essere stato vittima di uno spoglio «bulgaro» e deciso a giocare all'attacco sia la partita delle amministrative, sia quella del referendum. Così, si inizia da Trieste dove domani si vota per il sindaco e il presidente della Provincia. E il premier scalda subito il pubblico del Palasport concedendosi una lunga citazione del Ritratto della mia bambina (di Umberto Saba) e poi intonando un'intera strofa di Te vojo ben, Trieste mia (di Teddy Reno). Al di là del buon umore, però, quello che arringa i circa quattromila sostenitori triestini è un Berlusconi tutto all'attacco, deciso a non dare all'Unione neanche un giorno di respiro. Quindi, «opposizione durissima». Perché, dice, «non credo che questi signori riusciranno a governare», anzi «loro saranno solo una clamorosa e spiacevole parentesi» e «saremo in grado di renderli inoffensivi utilizzando al meglio i regolamenti parlamentari». Il premier promette battaglia dura al Senato, dove l'Unione ha solo due voti di vantaggio, e assicura che la Casa delle libertà farà bagaglio di questi cinque anni in cui il centrosinistra «ha usato tutti i mezzi possibili pur di farci ostruzionismo». Insomma, «non riusciranno a fare uno scempio delle nostre riforme, difenderemo la nostra libertà».
Quanto al nodo Quirinale, Berlusconi preferisce tenere un profilo prudente perché, dice, «è ancora presto» e, quindi, «non fatemi parlare». Così, alla domanda sul Ciampi-bis, rimanda la palla dall'altra parte del campo: «Ha fatto bene in questi sette anni e potrebbe continuare. Ma non è un problema nostro, è di questa sinistra. Se crederanno verranno a farci proposte. La questione non è sul mio tavolo». Sempre cauto, ma più possibilista, sull'ipotesi maturata in ambienti vicini a Forza Italia di candidare Giulio Andreotti alla presidenza del Senato, così da sparigliare i piani dell'Unione: «Non ho nulla in contrario, aspettiamo e vediamo». Contrario lo sarebbe invece a una presidenza Bertinotti: «Personalmente è una persona squisita, ma non credo che per il Paese sia una cosa positiva presentarsi anche internazionalmente con qualcuno che vuole rifondare il comunismo». Ma soprattutto, Berlusconi dice no a D'Alema al Quirinale perché, afferma, «credo che l'Italia scenderebbe in piazza». Nessun problema, invece, per quanto riguarda le dimissioni perché, spiega, «è tutto concordato con il capo dello Stato». E, quindi, «il giorno dell'apertura del Parlamento (il 28 aprile, ndr) sentirò il presidente della Repubblica e mi dirà lui quando dimettermi». «Io - aggiunge - resterò a Palazzo Chigi per l'ordinaria amministrazione».
Il resto è un vero e proprio assalto all'arma bianca all'Unione, certificazione eloquente che quando il Cavaliere parla di una nuova campagna elettorale non scherza affatto. Berlusconi attacca «questa sinistra antinazionale e antipatriottica», garantisce che «al Senato non passerà un solo provvedimento» senza il consenso della Casa delle libertà, annuncia un «dossier in Procura sul voto degli italiani all'estero» (anche se «non ricorreremo al Tar contro la Cassazione») e critica ancora il Viminale («Pisanu ci aveva detto che eravamo centomila voti avanti, poi misteriosamente qualcosa si è bloccato, soprattutto in Campania»). Poi una stoccata a Marco Follini, perché «bisogna farla finita con verifiche e richieste di discontinuità». E una premessa: «Se fossero sicuri del loro successo sarebbero loro a volere il riconteggio dello schede. Invece non accetteranno che un'entità terza verifichi il voto. Glielo ricorderemo in ogni nostro intervento parlamentare e resterà su di loro come un'ombra, un gigantesco peccato originale». La chiusa è quasi una promessa: «Alla fine li manderemo a casa e torneremo a governare».
Poi, la lunga cena al Duchi d'Aosta, con finale dedicato alla canzone napoletana. Accompagnato dal solito Mariano Apicella, il premier ride scherza e canta insieme agli ospiti. E lancia «in anteprima mondiale» Andiamo a casa, che fa il verso alla sconfitta elettorale. Poi si alza, prende un piatto tra le mani, e ridendo, «visto l'esito del voto», fa il gesto di chiedere l'elemosina. Risate dei presenti e chiosa del Cavaliere: «Non preoccupatevi, siamo invincibili».