L’Unione, di fatto, non c’è: vince la famiglia

(...) di musi lunghi quando il tabellone del consiglio regionale ha decretato l’approvazione dell’ordine del giorno di Gianni Plinio e Alessio Saso a sostegno della famiglia tradizionale. Neppure il tempo di tirare un sospiro di sollievo per aver evitato con un solo voto di scarto la debacle sui Dico, e il centrosinistra è andato in pezzi su una proposta di An.
Che la giornata fosse delicata lo si sapeva da un paio di settimane. Quello di ieri poteva essere, e in fondo è stato, l’Afghanistan della Liguria, visto che il centrodestra avrebbe trovato una stretta alleanza con l’Udeur di Roberta Gasco e con i due esponenti di Italia di Mezzo, Fabio Broglia e Luigi Patrone. In più, inevitabilmente, la questione morale avrebbe riacceso le vecchie lacerazioni interne alla Margherita, divisa tra la linea più fedele alla Chiesa e quella più riformista.
Tutto come da copione. Con tre ordini del giorno da discutere e votare. Quello della Casa delle Libertà e quello dell’Udeur, chiaramente anti Dico, e quello più simpatizzante per le coppie di fatto, pur senza espressioni troppo marcate, presentato da Claudio Gustavino, capogruppo della Margherita che cercava di interpretare tutte le anime della sinistra. A questi se ne sono aggiunti altri due: uno dell’Italia di Mezzo, e uno di An, apparentemente buttato lì per caso, otto righette scritte a mano all’ultimo momento. Apparentemente. Farà saltare la maggioranza.
Il consiglio parte soft. I ranghi non sono compattissimi. Nell’opposizione mancano Sandro Biasotti e Francesco Bruzzone. Nella maggioranza sono giustificate le assenze di Ubaldo Benvenuti e Patrizia Muratore. Molti assessori-consiglieri non ci sono ancora. Si va avanti di fioretto. Franco Orsi (Forza Italia) dà lezioni di diritto costituzionale per smontare l’ordine del giorno del centrosinistra che non spiega cosa intenda per famiglia (o per «famiglie», come recita il testo). L’altro azzurro Luigi Morgillo allarga le crepe, dicendosi posto persino a votare con l’Ulivo a patto che si parli di famiglia al singolare, da intendersi quindi come quella tradizionale. Sembrano schermaglie, ma tutto fa. Perché Claudio Gustavino prova a giustificare il suo schieramento contrario alla linea della chiesa. E Matteo Marcenaro, dell’Udc, lo fa saltare sulla sedia rimacando la sua unica frase incauta: «Apprendiamo che il consigliere Gustavino si pone contro le gerarchie ecclesiastiche, dicendo che quella del Papa e dei vescovi non è l’unica verità della Chiesa, che esistono altre posizioni», affonda il colpo basso Marcenaro. E fa centro, perché anche grazie al sempre stuzzicante Gianni Plinio, «abbocca» Luigi Cola, ex sindaco di Cogoleto, ex Pci più che Ds. Il dibattito finisce sulle ingerenze della Chiesa e Cola non fa il politico, è onesto intellettualmente, spiegando che il Papa non ha diritto di parlare «perché non è stato eletto da nessuno». Altro che dibattito sereno. Plinio chiede la censura degli insulti al Papa e non lo fa sottovoce. Persino chi nella Margherita e nei Ds aveva fino a quel momento sostenuto che con i Dico non si vuole portare una linea antiecclesiastica arrossisce. E la maggioranza è costretta a chiedere il time out. Cinque minuti di sospensione, perché sennò si finisce a gambe all’aria.
La pausa serve a far bere a Cola una camomilla. Intanto i ragionieri del voto fanno di conto. I Verdi hanno annunciato il loro «no» ai documenti di centro e centrodestra, ma anche l’astensione su quello della sinistra. E la maggioranza non è così forte da poterselo permettere. Rosario Monteleone ha già fatto capire che se non si cambia registro, lui vota con l’opposizione. Ma le sue richieste di emendamenti sono inaccettabili per la sinistra. In cinque minuti si fa il miracolo. Nell’ordine del giorno ritoccato c’è spazio per i riferimenti all’articolo 29 della costituzione, a favore della famiglia, ma anche alle «altre forme di convivenza». Di là si incassa l’arrivo del leghista Bruzzone. La maggioranza però riesce a riconquistare i Verdi, con Cristina Morelli fiera di quell’accenno alle «forme di convivenza». Poi si vota. L’ordine del giorno del centrodestra perde 14 a 17 (più Monteleone astenuto). Si discute quello di Roberta Gasco, Udeur, centrista. E la maggioranza vacilla. Si salva di un voto: 17 no, 16 sì. Mannaggia a Biasotti assente e a Gabriele Saldo (Fi) che non è arrivato in tempo per votare. Sarebbe finita 18 a 17. Bocciato il documento di Broglia, passa facile quello dell’Ulivo. Sembra finita. Sembra. Perché Ronzitti spiega che c’è ancora quel foglietto scritto a mano da votare. Stavolta persino Nicola Abbundo è fuori aula e la sinistra dovrebbe aver vita facile. Ma il tabellone indica la sorpresa. A sostegno del «Family day» votano anche gli ulivisti Michele Boffa e Rosario Monteleone, mentre non partecipano Claudio Gustavino, Massimiliano Costa e Giovanni Paladini, oltre all’assessore Giovanni Battista Pittaluga. La Margherita non se la sente di schierarsi in favore della famiglia, ma neppure contro. E così il gonfalone della Liguria dovrebbe andare a Roma. «Questo è un voto contro il Governo - tuona il segretario regionale di Rifondazione, Giacomo Conti -. Gli alleati devono scegliere da che parte stare. Vale per tutti, anche per chi si è astenuto o non ha votato». Paladini si giustifica: «Non avevo capito, avrei votato a favore, io sono per la famiglia». Ma il suo voto sarebbe stato inutile. Roberta Gasco, la consigliera più giovane d’Italia, avrebbe sperato di far scivolare l’Ulivo con il suo ordine del giorno sui Dico, e quasi quasi c’era riuscita. Ma gongola almeno quanto il trionfatore Gianni Plinio che intanto applaude in aula. «L’adesione ufficiale alla manifestazione a sostegno della famiglia mi rincuora - esulta la Gasco -. Sarò a fianco del gonfalone regionale a sfilare lungo il corteo, perché mi oppongo categoricamente a qualsiasi parificazione tra famiglia fondata sul matrimonio e le altre forme di convivenza». Il fatto è che accanto a lei dovrà esserci anche Massimiliano Costa e, idealmente, anche tutta la maggioranza di centrosinistra della rossissima Liguria.