L’Unione gioca con la Tav  che costa un miliardo in più

Oggi Di Pietro a Bruxelles chiede i fondi per la Torino-Lione. Ma per accontentare l’ala radicale aumentano le spese. Agnoletto: "Il progetto non c'è: alla fine non se ne farà nulla. Prodi fermi il ministro pasdaran"

Milano - Alla fine le modifiche alla Tav costeranno un miliardo di euro in più. Soldi presi direttamente dalle tasche degli italiani (magari con una nuova tassa). Sempre che la Torino-Lione si faccia, visto che a pochi giorni dalla scadenza della presentazione del progetto manca ancora un tracciato definitivo. E sempre che si riesca a mettere d’accordo tutti i sindaci delle valli interessate all’operazione, cosa che il governo precedente non è riuscito a fare in cinque anni di trattative.

L’annuncio di Di Pietro. È stato lo stesso ministro per le Infrastrutture a rivelare che l’Italia si sarebbe accollata le spese per la variazione del tracciato transfrontaliero. Dieci chilometri di galleria in più, in piena Val di Susa, lungo 51,5 km per spostare l’uscita da Venaus, l’enclave del popolo No-Tav, a Chiomonte. L’ex pm ha dovuto chinare il capo di fronte al pressing francese, altrimenti non si sarebbe mai raggiunto l’accordo siglato lunedì con Parigi per chiedere alla Ue 725 milioni di euro, il 30% dei 2,156 miliardi necessari a iniziare la prima tranche di lavori nel periodo 2007-2013. E così il costo della Torino-Lione vola a 10,33 miliardi dai 9,33 previsti.
Il tracciato fantasma. Al di là dei proclami di facciata e dei boatos sulle modifiche è ancora mistero. La prima parte del tracciato sarà realizzata in sotterraneo, a fianco della linea storica esistente, poi il tunnel, il passaggio della linea ad Orbassano e quindi l’arrivo a Torino attraverso corso Marche. Ma guai a parlare di certezze, visto che, come ha ammesso lo stesso ministro «stiamo verificando con le popolazioni locali la tratta intermedia, con rispetto e determinazione».

La scadenza. Intanto il tempo stringe. Stamattina Di Pietro sarà a Bruxelles per incontrare il Commissario europeo per i Trasporti e vicepresidente della Commissione, Jacques Barrot. Di Pietro presenterà a Barrot le richieste italiane di «cofinanziamento comunitario» per la realizzazione delle opere legate alla Tav, al tunnel di base del Brennero, alla Trieste-Divaca e alla realizzazione del Terzo valico dei Giovi. Ma la vera scadenza è il 23 luglio, la data ultima prevista dal bando Ue per avere l’approvazione definitiva di Bruxelles al tracciato e il via libera ai finanziamenti.

Le reazioni. Secondo l’ex sottosegretario leghista Roberto Cota «questo bagno di sangue di continue incertezze è colpa di un governo che sulla Tav ha avuto almeno tre posizioni. La Lega ha sempre detto di voler coinvolgere le comunità locali. Siamo stati noi - ricorda Cota - a sollecitare l’istituzione di un Osservatorio. Il riverbero dei costi sui cittadini è l’ennesima presa in giro». Per il coordinatore regionale di Forza Italia in Piemonte, Guido Crosetto, «ci vorranno altri 500 milioni di euro per le opere connesse alle modifiche e per convincere i Comuni. Se la Tav non si facesse, il Paese pagherebbe costi altissimi in termini di sviluppo per i prossimi 20 anni».

Molto critico anche il parlamentare Udc Michele Vietti: «Stiamo parlando di un’opera altamente complessa, in cui ogni cambiamento comporta studi, valutazioni, elementi tecnici che non possono limitarsi a un tratto di penna. Altro che ipotesi fantasiose sfornate ai tavoli istituzionali. Il rischio è che tutta questa sceneggiata dei percorsi alternativi finisca per ostacolare seriamente la realizzazione dell’opera».

«Ma quale esborso ulteriore, la Tav non si farà mai», commenta l’europarlamentare di Rifondazione comunista Vittorio Agnoletto. «Parliamo di un progetto che, a meno di 24 ore dalla presentazione, nessuno conosce. I bandi Ue sono una cosa seria - aggiunge Agnoletto - che richiedono valutazioni di impatto ambientale, piani finanziari precisi e il consenso delle comunità locali. Non c’è niente di tutto questo, al momento. Di Pietro è un pasdaran che ha fatto della Tav una questione ideologica. Prodi lo deve fermare».