L’Unione alla guerra delle porte girevoli

(...) Perché nelle regioni in cui nessuna delle due coalizioni ha raggiunto il 55 per cento «la condizione per avere il premio di maggioranza è che almeno una delle liste della coalizione abbia raggiunto il 3 per cento. Quindi anche le liste che non lo abbiano superato devono concorrere all’assegnazione dei seggi». Lo presero in ridere, invece fu l’inizio di tutto.
Ora in tutta Italia ci sono otto semplici cittadini che sperano di entrare a palazzo Madama e a palazzo Madama ci sono otto senatori che temono di dover tornare a fare i cittadini semplici. E così è guerra. Anche perché fra i protagonisti c’è uno che fa fuoco e fiamme come Marco Pannella, che dovrebbe prendere il posto di Ugo Intini, e la maggiorparte dei «precari» sono Ds, mica gli ultimi. In questi giorni è successo di tutto a Roma. Perché la giunta delle elezioni del Senato ha analizzato il ricorso della Rosa nel Pugno in Piemonte, e ha nominato un comitato inquirente con il compito di acquisire atti e di udire sei esperti, il tutto su proposta del relatore della giunta e senatore ulivista Roberto Manzione, che ha spiegato di ritenere «non manifestamente infondato» il ricorso della Rosa nel Pugno sugli otto seggi contestati. Apriti cielo. Tempo un giorno Manzione si è autosospeso dal gruppo dell’Ulivo accusando il collega Luigi Zanda, vice presidente dello stesso gruppo, di aver «censurato» il comunicato stampa con cui spiegava le decisioni della giunta, chiedendo «il ripristino dell’agibilità democratica nel gruppo», lamentando la mancata solidarietà del leader dei Dl Francesco Rutelli. Zanda dal canto suo ha rinviato ogni commento a quando la decisione verrà presa, anche perché lui è fra i senatori che potrebbero dover lasciare il seggio: ironia della sorte, è in bilico perché, eletto in Liguria, optò per un’altra regione, lasciando il seggio a Egidio Banti. Spiega il senatore Lucio Malan di Forza Italia che adesso l’Ulivo si trova nell’imbarazzante condizione di non poter decidere: «Se non fanno entrare Pannella, lui gliela farà pagare alla Camera. Ma se lo fanno entrare, devono rinunciare a otto senatori». Ergo: «Il centrosinistra sta cercando di prendersi più tempo possibile, quando invece è auspicabile che si arrivi a una decisione al più presto».
E se per ora la guerra riguarda due esponenti della Margherita, Manzione e Zanda, presto i fuochi potrebbero coinvolgere anche i Ds. Diceva ieri per esempio il segretario ligure della Quercia Mario Tullo che «noi faremo valere la decisione della Corte d’Appello, perché la legge parla chiaro: abbiamo ragione noi». Lui chiamerà i colleghi romani, in difesa di Sabina Rossa. Loro, le due signore liguri, dall’inizio fanno finta di niente. Gabriella Badano, rappresentante di Verdi, cossuttiani e consumatori nella lista Insieme per l’Unione, da Imperia giura che «certo non mi avvelenerò la vita per questo, qui ho il mio mestiere di insegnante e sono consigliere comunale dei Verdi, e poi finché non vedo non credo». Da Roma, Rossa fa spallucce: «Mi rimetto alle decisioni del comitato».
Epperò mica è facile. Badano, per esempio, racconta che in questi giorni la fermano persino per strada: «Allora dobbiamo chiamarti onorevole?». Eh, magari. E così un po’ di acido esce, alla fine. L’esponente dei Verdi si fa scappare un: «Sa com’è, quando si acquisisce un diritto poi è difficile rinunciare, solo che non esistono diritti acquisiti qui». Ecco. La senatrice Ds dal canto suo scandisce: «Io so solo di essere stata eletta dal popolo e confermata dalla Corte d’Appello. Non sto rubando niente a nessuno e non vedo nulla di ingiusto». Prossima tappa ancora la giunta, poi si vota in aula, e lì saran dolori.