"L’Unione ha distrutto 5 anni di politica estera"

Berlusconi: "Grazie al nostro lavoro non eravamo più un’Italietta ma la
sinistra antiamericana tiene in scacco l’intero governo". Il leader
della Cdl all’attacco: "Prodi al potere è una parentesi, per gli ultimi
sondaggi siamo avanti di 15 punti". Poi scherza: "I gay? Stanno tutti
dall’altra parte"

Milano - Non parleranno davanti al gip. Né Silvio Berlusconi né Romano Prodi e neppure gli altri politici indicati dal generale Nicolò Pollari. L’alto ufficiale li aveva chiamati in soccorso nel procedimento sul sequestro Abu Omar. Ma per il giudice Caterina Interlandi il loro interrogatorio è inutile, perché non c’è motivo per cui Pollari debba ancora tacere, per paura di violare il segreto di Stato e di attentare alla sicurezza del Paese: per il giudice i dati emersi finora fanno «ritenere che sulla specifica vicenda del sequestro non sussista segreto di Stato». Via libera, dunque, alle difese come d’altra parte stabilisce la legge: «L’imputato ha il diritto di rendere tutte le dichiarazioni idonee a provare la propria innocenza». Insomma, l’udienza preliminare in cui si valuta la posizione degli agenti della Cia e di alcuni militari italiani coinvolti a vario titolo nel rapimento dell’imam a Milano, il 17 febbraio 2003, va avanti. E con ogni probabilità alla metà di febbraio gli oltre 30 imputati verranno rinviati a giudizio.
Anzi, il Procuratore aggiunto Ferdinando Pomarici spiega che una «autorizzazione esplicita» al prelevamento di Abu Omar sarebbe venuta dal Sismi, il servizio segreto militare allora guidato da Pollari. Pollari non è in aula, ma alla scorsa udienza aveva posto un drammatico problema all’Interlandi: «Per difendermi devo tradire lo Stato. E io non posso farlo». Il suo avvocato Franco Coppi aveva rincarato la dose: «Non si capisce perché un imputato debba fare da capro espiatorio». Per questo Pollari aveva chiesto al giudice di inviare alla Corte costituzionale le carte per mettere fuori legge l’articolo 202 del codice di procedura penale laddove non dà all’imputato, come invece concede al testimone, la facoltà di opporre il segreto di Stato.
Per il gip però l’eccezione di costituzionalità non è fondata. I tempi in cui la magistratura milanese, alle prese con le stragi, i servizi deviati e i misteri del Palazzo, penetrava nel sancta sanctorum del potere, appaiono lontani. Qui l’Interlandi, d’accordo con i Pm, segue un ragionamento elementare: «Sarebbe inesigibile e incompatibile con il sistema di valori della nostra carta costituzionale un’interpretazione del complesso di norme interessate che comportasse l’imposizione del silenzio all’imputato che non possa altrimenti difendersi in nome della ragione di Stato». In poche parole, il diritto alla difesa è «inviolabile» perché «connesso con la dignità della persona». E l’attuale normativa apre una strada, «perché consente all’imputato, se ne abbia necessità per difendersi, di violare il segreto di Stato entro i limiti strettamente imposti dall’interesse difensivo». Questa «interpretazione» della norma «consente di scongiurare il pericolo di una condanna ingiusta come conseguenza della limitazione del diritto di difesa e di limitare la divulgazione di atti coperti dal segreto all’indispensabile».
Ma il giudice non si limita a svolgere considerazioni teoriche. No, entra anche nel merito della vicenda. È la cronologia della storia a seminare dubbi: nel 2005 Berlusconi disse che segreto non c’era; gli 007 del Sismi furono autorizzati a parlare nelle indagini dallo stesso direttore perché, a suo dire, non c’era segreto. Pollari in persona escluse l’esistenza di tabù durante le indagini. Infine, gli 80 documenti invocati dal generale e in cui sarebbero le prove della sua innocenza, non sono specificati in alcun modo.
«Chiederemo al presidente del Consiglio cosa fare - replica l’avvocato Titta Madia -. Il generale valuterà se violare il segreto di Stato, ma lo farà da uomo di Stato seguendo le indicazioni che la politica gli darà». L’udienza preliminare riprenderà il 12 gennaio: quel giorno il maresciallo del Ros Luciano Pironi e il giornalista Renato Farina, accusato solo di favoreggiamento, patteggeranno la pena.