L’Unione insegue un modello laicista

Massimo Introvigne

A Bordeaux le università francesi riflettono in un convegno internazionale sul centenario della legge del 1905, che ha introdotto il principio della laicité e dell’ostilità amministrativa alla religione. Unico relatore italiano al colloquio, non posso mancare di essere colpito dal contrasto fra i dubbi francesi sul laicismo, che contrastano con le certezze della «Piattaforma laica» proposta in Spagna da Zapatero e di esponenti ulivisti come Giovanna Melandri che chiedono «più Zapatero» in Italia dopo un’eventuale vittoria elettorale dell’Unione.
Parlare male della legge del 1905 in Francia è come parlare male di Garibaldi in Italia. Dopo che un uomo politico autorevole come Sarkozy si è permesso qualche dubbio, è nato un comitato per la difesa della legge che annuncia una grande manifestazione in dicembre a Parigi. Ma in realtà quello che emerge a Bordeaux è che il problema non è tanto se liberarsi della legge del 1905 o scoprire nelle sue pieghe elementi meno ostili alla religione introdotti a suo tempo per rispondere alle obiezioni di alcuni deputati ma mai veramente applicati. Nelle parole insospettabili di Régis Debray - che da rivoluzionario e compagno di Che Guevara si è trasformato in studioso di religioni ed è oggi consigliere per le questioni religiose del presidente Chirac - si tratta di passare dalla laicité incompetente del 1905 a una laicité intelligente.
L'aggettivo «incompetente» nella relazione di Debray non è un insulto ma ha una portata quasi giuridica. Lo spirito della legge del 1905 consiste nel negare allo Stato ogni «competenza» in materia di religioni, considerando queste ultime un affare assolutamente privato. Ai cittadini si promette libertà di coscienza individuale, ma lo Stato vigila contro ogni forma di presenza della religione nella sfera istituzionale e pubblica. La crisi della laicité incompetente è figlia dell’11 settembre. Dopo gli attacchi di Al Qaida anche chi non si era mai posto il problema prende coscienza che esiste una religione - con milioni di seguaci in Europa - che non conosce la separazione fra foro interno e foro esterno, fra sfera individuale e sfera pubblica. Nell’islam il privato è pubblico, l’individuale è collettivo e la religione è politica. Proporre ai musulmani di confinare la religione «alla sfera individuale», semplicemente, non ha senso.
Molti intellettuali francesi, anche di sinistra, non si fermano all’islam e arrivano a criticare anche la separazione «incompetente» fra cultura pubblica e cristianesimo, che del resto sotto il regime della legge del 1905 ha sempre conosciuto quelli che i giuristi francesi chiamano «accomodamenti ragionevoli». Si tratta quindi di passare a una laicité intelligente che rinunci ai dogmi del laicismo ottocentesco e operi secondo buon senso per una collaborazione tra Stato e religioni, ferma la distinzione (che non è separazione assoluta) fra religione e politica e il rifiuto dei fondamentalismi. Idee che riemergono in modo sorprendente in Francia, e che non sono poi così lontane dalle distinzioni fra «sana laicità» e laicismo di Benedetto XVI.
Il paradosso è che il polveroso laicismo «incompetente», riconosciuto quasi da tutti come arcaico e da archiviare in Francia, è diventato il cuore dei proclami di Zapatero in Spagna, ripresi da una buona parte dell’Unione in Italia. Non sarebbe la prima volta, nella nostra storia, in cui in Italia si cerca di imitare stili culturali francesi nel momento in cui in Francia stanno passando di moda.