L’Unione insiste: Berlusconi isoli Bossi

Appello di Fassino e Rutelli al Cavaliere: basta coi silenzi ambigui. La Bindi: il leader leghista usa parole come pietre

Roma - Non mollare la presa. Il centrosinistra di Piero Fassino e Francesco Rutelli cerca a tutti i costi di enfatizzare la portata delle dichiarazioni di Bossi e tirare in ballo Silvio Berlusconi. I due leader dettano alle agenzie una nota comune, nella quale si chiede al capo della Cdl «una presa di distanza netta ed esplicita dalle dichiarazioni rese da Bossi, le cui parole pronunciate in pubblico hanno ricevuto il plauso dei dirigenti del partito che fa parte della coalizione guidata da Berlusconi». I segretari di Ds e Dl ritengono che «di fronte a evocazione di ribellione e violenza, che può trovare purtroppo seguaci irresponsabili, non sono ammessi calcoli politici o ambigui silenzi».

«Berlusconi non sia reticente», è l’accusa di Fassino e Rutelli, che ricordano come, «quando qualche frangia irresponsabile della nostra coalizione ha pronunciato parole inaccettabili, noi non abbiamo esitato a condannarle». Per questo chiedono a Berlusconi di fare altrettanto, «contribuendo a isolare chi vorrebbe appiccare pericolosi incendi politici». Una presa di posizione che, spiegherà Fassino, si è resa «assolutamente necessaria» in quanto le parole di Bossi «possono avere effetti nefasti». «Toni da guerra civile pericolosi - insiste il leader verde Pecoraro Scanio - che richiederebbero una condanna netta da parte di tutti i leader della Cdl». Mentre il silenzio, secondo il sillogismo di Enrico Letta, «significa sintonia».

Evitare incendi politici isolando Bossi. Ricetta simile propone il ministro Antonio Di Pietro che dalla «chiamata alle armi» di Bossi teme addirittura la nascita di un «nuovo fenomeno sovversivo» come fu il terrorismo degli anni Settanta. Di Pietro vuole isolare chi «pratica la lotta armata con le bombe, ma anche chi la predica soltanto». Ed evoca «una strategia della tensione esortata da cattivi maestri»: sentimenti, conclude il leader dell’Italia dei Valori, che «covano nelle frange estremiste contrapposte» e possono «provocare reazioni a catena».

Non rinuncia a scandalizzarsi e «pensare tutto il male possibile delle parole di Bossi» anche Rosy Bindi, secondo la quale il linguaggio del leader leghista «è sottovalutato». Invece, afferma la Bindi, Bossi «usa le parole come pietre e finisce per provocare un atteggiamento di assuefazione. Rischiamo di non scandalizzarci più: piuttosto il suo linguaggio va preso sul serio e condannato, non solo per la violenza ma per il contenuto». Pagare le tasse, spiega con un surplus di retorica la candidata alle primarie del Pd, «non è una condanna per i cittadini ma un dovere, come è un dovere per la politica utilizzare il gettito fiscale non per i privilegi, non per le inefficienze dell’amministrazione, ma per rispondere al diritto di salute, di istruzione...».

Un discorso che risente della partita contro Veltroni per la leadership democratica e non manca di strizzare l’occhio alla sinistra radicale. Tanto che il comunista Marco Rizzo scende in polemica con Fassino e Rutelli, accusandoli di limitarsi allo scandalo. Rizzo vede le dichiarazioni di Bossi far parte del «solito teatrino della politica», e la protesta fiscale che mette in campo il capo leghista «frutto di un egoismo fiscale». «Francamente pensare alla base sociale della Lega che imbraccia i fucili contro non si sa che cosa, è davvero qualcosa che non esiste», dice Rizzo. Secondo il quale l’egoismo sociale di Bossi va invece combattuto con armi adeguate: «Fassino e Rutelli non possono solo scandalizzarsi sui termini, ma devono consentire una radicale inversione di tendenza delle politiche redistributive». E ancora più netto è Cesare Salvi, della Sinistra democratica, che di fronte alle «gravi parole di Bossi» chiede a Fassino e Rutelli «un giudizio definitivo sulla Lega, con cui cercavano un accordo sul federalismo fiscale».