L’Unione militarizza il Senato Il Polo si ribella: «È un golpe»

Doppia richiesta di fiducia per due decreti: ecco come la maggioranza evita i pericoli

Fabrizio de Feo

da Roma

La Casa delle libertà fa scattare l’allarme democratico. E dopo un’infuocata seduta mattutina in Senato denuncia «un tentativo di golpe» e una violazione della prassi parlamentare da parte dell’Unione. Un pericolo di fronte al quale è necessario che il capo dello Stato intervenga «a tutela del diritto minimo di parola».
Non usano mezzi termini i capigruppo della Cdl in Senato - Renato Schifani, Altero Matteoli, Francesco D’Onofrio e Roberto Castelli - che decidono di convocare una conferenza stampa ad hoc per denunciare quanto successo in Aula in mattinata e, in particolare, criticare la decisione del presidente Franco Marini, colpevole di aver «impedito di votare su una pregiudiziale» presentata dall’opposizione, dando invece la parola al governo deciso a porre due volte la questione di fiducia sulla conversione di due decreti. Una condotta, quella del numero uno di Palazzo Madama, che induce il senatore azzurro Paolo Guzzanti a denunciare «il colpo di Stato contro il Parlamento» e abbandonare l’aula, accendendo la protesta di tutti i senatori del centrodestra che decidono, compatti, di imitare il suo esempio e di adottare questa forma di protesta «aventiniana».
«Questa mattina - attacca Schifani - si è realizzato uno strappo. Questa maggioranza che ha vinto il referendum dicendo che con la nostra riforma si svuotava la centralità del Parlamento, oggi si sono resi protagonisti dell’abolizione totale del ruolo del Parlamento. Occorre che il provvedimento venga incardinato perché si chieda la fiducia - ricorda - e invece si è determinato questo fatto grave con il presidente Marini che ha impedito di votare le pregiudiziali». A parlare di «tentativo di golpe» è il capogruppo dei senatori di An, Matteoli. «Mai, mai, mai - dice l’ex ministro dell’Ambiente - si è vista prima una situazione simile». Da qui la decisione di chiedere, con una lettera, un incontro al capo dello Stato. «Nei cinque anni precedenti il Quirinale ha svolto una strettissima vigilanza» dice Castelli «mi auguro che Napolitano chieda il rispetto delle regole».
C’è un altro punto su cui la Cdl promette battaglia: il fatto che nel cosiddetto decreto «milleproroghe» - uno dei due su cui è stata posta la fiducia - siano stati infilati surrettiziamente emendamenti riguardanti questioni di tutt’altro genere. «È semplicemente diventato un’altra cosa» spiega Roberto Calderoli. Per questo, l’opposizione si dice convinta che «il capo dello Stato si dovrebbe rifiutare di firmarlo». A Giorgio Napolitano la Cdl chiede anche di fissare un incontro per discutere del «sovvertimento delle regole» in atto e per affrontare la questione dell’uso indiscriminato della fiducia. Una richiesta che, fanno sapere dal Quirinale, verrà esaminata nella giornata di oggi, mentre Marini annuncia per la prossima settimana «una riflessione sull’iter della fiducia».
Le proteste faranno, dunque, il loro corso. Resta il fatto che il governo dovrà comunque affrontare una doppia, delicata sfida in Senato, dove la maggioranza è risicata e il rischio di brutte sorprese sempre dietro l’angolo. I numeri sono gli stessi che hanno consentito il varo del governo Prodi. Ma tra le sorprese di oggi ci potrebbe essere la decisione di Carlo Azeglio Ciampi di non andare in Senato a votare. E potrebbe mancare anche il sostegno di Rita Levi Montalcini, impegnata all’estero, mentre i contatti avuti tendono a rassicurare sul voto favorevole degli altri senatori a vita. Altro ago della bilancia potrebbe essere Luigi Pallaro. Il centrosinistra lo considera un’incognita ma lui rassicura che voterà a favore. I conti sono dunque presto fatti: il centrosinistra dovrebbe contare sui suoi 158 senatori a cui dovrebbero aggiungersi almeno 5 senatori a vita e Pallaro. In tutto una maggioranza di 164. Nessuno sembra invece attendersi soccorsi a sorpresa da qualche esponente del centrodestra: il voto d’altra parte è palese e, fa notare qualcuno, «non stiamo mica parlando della missione in Afghanistan».