L’Unione «nasconde» il conflitto d’interessi

da Roma

Tanto tuonò che... non piovve. La proposta di legge Franceschini sul conflitto di interessi rischia di restare seppellita nei meandri di Montecitorio e di fare la stessa fine del ddl sui Dico. Ieri la conferenza dei capigruppo di Montecitorio non ha affrontato la questione dando la precedenza al ddl Bersani sulle liberalizzazioni che andrà in aula il 28 maggio alla ripresa dei lavori dopo le amministrative.
Se ne riparlerà a giugno, come preventivato. Ammesso che se ne riparli. Il leader dell’Udeur, Clemente Mastella, aveva nell’ordine preannunciato l’astensione, minacciato la crisi e chiesto la «verifica». Il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, ieri ha messo ancora una volta i puntini sulle «i» ripetendo che senza modifiche sostanziali l’Italia dei valori non avrebbe dato l’avallo. Il laico ministro Mussi si è improvvisato predicatore: «A quale etica cattolica corrisponde la posizione di Mastella sul conflitto di interessi che favorisce i mercanti nel tempio?».
E così, per non rovinare ulteriormente la festa di compleanno del governo Prodi, si è iniziata la procedura di mediazione-insabbiamento. Anche perché il pdl, così com’è, non eliminerebbe solo Berlusconi, ma anche alcune colonne uliviste come Barbara Pollastrini, Gregorio Gitti e Lamberto Dini. La tempistica però è sorprendente considerata l’inattesa disponibilità al dialogo, con tutti gli ovvi distinguo, della Casa delle libertà.
«Non è che qua viviamo sulla Luna, non siamo Alice nel Paese delle meraviglie. Una legge che vieti a un piccolo o medio imprenditore con un patrimonio normale di fare politica e lo consenta a un magistrato che amministri una dose di potere ben maggiore in una grande Procura prefigura un’inaccettabile disparità». Il leader Udc, Pier Ferdinando Casini, l’uomo della «seconda opposizione», ha così sintetizzato l’attacco all’antiberlusconismo e la sensibilità collaborativa. «Troviamo una misura - ha aggiunto -, perché alcune cose che sono nella legge impedirebbero a una parte eccellente del Paese la candidatura. Non è che la impedirebbero solo a Berlusconi, la impedirebbero a Montezemolo e Della Valle». Non sono due esempi a caso, ma l’ex presidente della Camera ha citato i nomi di due imprenditori, attenti alle istanze «centriste», ai quali il pdl vieterebbe l’assunzione di incarichi governativi senza separazione dagli interessi.
Anzi, Casini ha cercato di far capire che la sua invettiva non è legata alla sua particolare situazione personale: la convivenza con la manager-ereditiera Azzurra Caltagirone che di fatto gli sbarrerebbe la strada verso Palazzo Chigi se il pdl fosse approvato. «A parte che la mia condizione è solo temporanea - ha precisato - e forse che ci sia una norma come questa è giusto, il messaggio è chiaro: la legge va fatta senza demagogia e con serietà».
Dialogante pure il resto della Cdl. Il presidente di An, Gianfranco Fini, ha sottolineato che «se il centrosinistra ritiene di rendere la legge un po’ più rigorosa, siamo pronti a discuterla». Parole che il suo portavoce, Andrea Ronchi, ha invitato a non interpretare come «un’apertura su un provvedimento che contiene solo norme anti Berlusconi». Il vicecapogruppo alla Camera della Lega, Roberto Cota, invece, ha invitato ad alzare l’asticella dell’incompatibilità da 15 a 50 milioni. Per il vicecoordinatore di Fi, Fabrizio Cicchitto è «una legge eversiva». In serata il leader leghista Umberto Bossi è stato tranchat: «La materia va regolata» Un dato è certo: il non possumus mastelliano ha indotto a miti consigli un pasdaran come il capogruppo Pdci Pino Sgobio. «Sul conflitto di interessi bisogna trovare una sintesi nella maggioranza», ha detto. E anche Massimo Donadi (presidente dei deputati Idv) è sulla stessa linea: «Speriamo in una mediazione dopo i ballottaggi altrimenti il pdl farà una brutta fine».