L’Unione in nome dell’omertà

Per fronteggiare gli effetti devastanti della guerra della monnezza in Campania, il governo si appresterebbe – così si sente dire – a battere un colpo. Nessuno s’illuda, esauriti i rituali dei vertici e delle mediazioni, è molto probabile che Romano Prodi, come è già accaduto, emetta il ruggito del coniglio. La mancanza di coesione, di energia e di decisione è il segno distintivo di questo non-governo, ma c’è dell’altro: la tragedia napoletana è stata ingigantita dall’atteggiamento omertoso che il potere centrale ha mostrato nei confronti dei poteri territoriali (Regione e Comune in primis) che hanno contribuito a far perdere la guerra dei rifiuti.
Proviamo a immaginare che cosa sarebbe successo se l’emergenza immondizia, anche senza gli attacchi ai commissariati di polizia e alle ambulanze, si fosse determinata in una regione e in una città governate dal centrodestra. D’accordo, è una premessa paradossale perché Bassolino e Iervolino sono inimitabili, ma proviamo egualmente a sviluppare l’ipotesi alla luce dell’esperienza che abbiamo dei riflessi politici del governo. Ebbene, già nell’estate scorsa sarebbero scattate misure eccezionali, e Giuliano Amato in tuta mimetica si sarebbe insediato nella prefettura del capoluogo; probabilmente, blindati dell’esercito avrebbero garantito un «corridoio» per le discariche. Non basta: il governatore e il sindaco di quella ipotetica regione sarebbero stati sommersi da decreti e scomuniche, di fatto esautorati e additati al pubblico disprezzo da telegiornali e giornali vicini al governo.
Le autonomie sono intoccabili, ma al potere centrale spettano pur sempre poteri di controllo e di interdizione, a tutela dei cittadini che non possono essere abbandonati alle follie e all’incapacità dei proconsoli.
Perché tutto questo a Napoli non è accaduto per tempo? Per colpevole solidarietà politica, perché Napoli e la Campania sono appannaggio del centrosinistra e, nella strutturazione parafeudale del potere, cane non mangia cane. Bassolino è un ras, un attacco da Palazzo Chigi avrebbe avuto ripercussioni sul traballante assetto della maggioranza. Anche la Iervolino è oggettivamente difesa dalla democristianeria che s’è riciclata nell’Unione. In definitiva, governatore e sindaco sono ancora al loro posto perché Prodi e il suo governo hanno anteposto gli interessi del loro sgangherato schieramento agli interessi dei cittadini e del Paese. I governanti non se la sono sentita, nonostante gli scandali ricorrenti e il persistente sentore di camorra, di smentire la favola del «rinascimento napoletano», la patacca più pericolosa confezionata a Forcella.
La controprova di questa omertà politicamente motivata la si ha in Calabria. Anche questa regione è provata e immiserita da scandali ricorrenti, sprechi, abusi e infiltrazioni malavitose che avrebbero richiesto l’intervento puntuale del ministro dell’Interno e di altri ministri. Ma il governatore Loiero, l’amico Loiero, ha un buon rapporto con Romano Prodi. Si può chiudere un occhio sugli sperperi, si può perfino ignorare il messaggio terrificante costituito dalle motivazioni profonde del delitto Fortugno, si può sorvolare sul disastro della sanità pubblica in quella terra tormentata, purché non si turbino gli equilibri dell’ex Margherita traghettata nel Pd.
In campagna elettorale l’Unione accusava il centrodestra di trascurare il Sud. Ci hanno pensato loro, al Sud. Ecco perché Campania e Calabria sono un’altra faccia del fallimento di Prodi e del centrosinistra.
Salvatore Scarpino