L’Unione non sopporta più le giravolte di Prodi

Laura Cesaretti

da Roma

«Una cosa è certa: il premier ha una parola sola», era la battuta più gettonata ieri tra i senatori dell’Unione. Precettati in massa perché alle 16 era prevista l’informativa del ministro Gentiloni sul caso Telecom, e non era escluso il rischio di un voto, visto che la Cdl minacciava un ordine del giorno in materia. E poi rimessi in libertà, perché nel frattempo il premier aveva ricambiato idea, accettando di intervenire anche a Palazzo Madama.
L’annuncio ufficiale lo ha dato il ministro dei rapporti con il Parlamento Chiti, al quale nel giro di quattro giorni è toccato annunciare tutto e il contrario di tutto. Resta da spiegare come è maturata la nuova svolta del premier, che solo mercoledì, da New York, aveva liquidato la richiesta affermando che «il premier non va mai nei due rami del Parlamento». Tesi che ha fatto drizzare i capelli in testa a tutta la maggioranza, presidenti delle Camere inclusi. Ma ribadita la stessa sera al telefono con Franco Marini, che lo sollecitava a ripensarci e a mostrarsi disponibile anche verso il Senato da lui presieduto: «E che, vengo a dire le stesse cose due volte?».
Sono stati il portavoce di Palazzo Chigi Silvio Sircana e lo stesso Marini a lavorare tra la notte scorsa e ieri mattina per ricucire lo strappo che rischiava di prodursi nella maggioranza: i senatori dell’Ulivo non nascondevano il proprio malumore verso Prodi, lamentando la «sottovalutazione» del premier nei confronti della situazione a Palazzo Madama, già difficilissima di suo per la maggioranza: «Così non fa altro che aizzare lo scontro con la Cdl, che ci può rendere la vita impossibile, se ne rende conto? E alla vigilia della finanziaria...». E d’oltreoceano rimbalzavano le indiscrezioni su un D’Alema «furibondo» per la gestione della partita Telecom e anche per le «invasioni di campo» sulla politica estera, «non concordate e spesso improvvide», sibilano alla Farnesina. Tesi confermata ieri sera dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero (Rifondazione): «Ho come l’impressione che ci sia qualche nervosismo tra i due».
Su Sircana hanno premuto mercoledì sera i massimi dirigenti dell’Ulivo, sollecitando un ripensamento di Prodi per non lasciar «avvitare ulteriormente» una situazione già fin troppo difficile. E Sircana ha ragionato con il premier sull’opportunità di una correzione di tiro, e di un gesto di riparazione nei confronti della Camera alta, mentre il presidente del Senato prendeva contatti con i dirigenti parlamentari dell’opposizione. Spiegando loro che Prodi non poteva accettare «l’ultimatum» sulla data del dibattito (la Cdl reclamava per ieri la presenza del premier, appena sbarcato dagli Usa), e che dunque ci voleva un loro passo distensivo. Suggerimento raccolto: i capigruppo del centrodestra ieri mattina son tornati ad insistere per la presenza del premier in aula, ma senza più porre condizioni sulla data. Marini ha colto la palla al balzo: «Vedo che è superata l'indicazione, francamente inaccettabile per un presidente del Consiglio, di una data e di un'ora per il suo intervento: resta l'esigenza di una presenza in data concordata». E su questo, ha annunciato, sarebbe tornato a sollecitare il governo. Si è chiuso nel suo studio attaccandosi al telefono, e due ore dopo la riserva era sciolta: Prodi accettava. Si tratta ancora sulla data, che Prodi vorrebbe far slittare di una settimana rispetto alle comunicazioni del 28 settembre alla Camera.
Nel frattempo, già lunedì gli toccherà affrontare il gruppo dell’Ulivo al Senato, per parlare di finanziaria e di Telecom. E gli umori, tra ds e dl, sono pessimi. La capogruppo Anna Finocchiaro lo lascia intendere con chiarezza: «Le risposte del governo alle richieste dell’opposizione sono state incerte e contraddittorie, e non hanno aiutato a raggiungere una soluzione condivisa. Ho avvertito un forte disagio, mi auguro che quello che è avvenuto in questi giorni non si debba più ripetere». Una staffilata in piena regola, poco gradita a Palazzo Chigi. Ma che dà la misura di come i rapporti tra il premier e la sua maggioranza si siano fatti assai tesi.