L’Unione alla sagra dell’ovvio

Geronimo
Dal «programmismo» al «genericismo», le nuove Scilla e Cariddi in cui rischiano di annegare i due partiti-pilastri del centrosinistra, i Democratici di Sinistra e la Margherita. Qualche giorno fa Dario Di Vico, dalle colonne del Corriere della Sera, metteva in guardia la sinistra dal rischio di rimanere impantanato nella palude del programma senza la possibilità di dare un colpo d'ala politico a quel folto gruppo di partiti che chiede di governare il Paese. Dario Di Vico sa, infatti, che il programma è figlio di una visione generale della società e dei suoi bisogni all'interno della quale ogni partito colloca, poi, le proprie azioni politiche per favorirne la migliore evoluzione possibile. Immaginare di fare prima delle elezioni un programma condiviso da nove partiti, ciascuno dei quali difende legittimamente le proprie diversità in campagna elettorale, è segno di una concezione puerile della politica perché fatalmente si scivola nel genericismo. I programmi li fanno i governi che quando sono governi di coalizione tengono conto dei punti di vista di ciascuno mediando e cercando punti di comune tollerabilità chiedendo su quei compromessi la fiducia al Parlamento. Le forze politiche, invece, quando ne hanno la capacità, puntano più a definire alcune idee-forza e ad imprimere la propria impronta su di un'analisi dei movimenti profondi che attraversano le società nazionali affinché da quell'analisi ne possano derivare risposte esaurienti con le singole azioni politiche. È questa la funzione insopprimibile dei partiti persa per strada in questi ultimi dieci anni in cui la politica è stata sostituita, come avverte Dario Di Vico, da un programmismo quasi sempre sterile perché privo di quella forza che solo una visione politica d'insieme può dare. Altro che valorizzare i marchi dei singoli partiti come dice Romano Prodi, come se dovesse proporre agli italiani un menù assortito di prodotti alimentari da sostenere con un'appropriata strategia di marketing. La politica è cosa diversa e più alta e la sua comunicazione deve attivare processi di identificazione nel Paese e trasversalmente nei singoli ceti sociali. In assenza di tutto questo si cade dal rischio del programmismo nel rischio opposto, quello del genericismo. Basta, infatti, scorrere le proposte programmatiche dei democratici di sinistra e della Margherita per capire che siamo nella sagra dell'ovvietà. Modernizzare la macchina giudiziaria (Ds), accorciare i processi (Margherita), investire di più in tecnologia e formazione per le forze dell'ordine (Ds), incremento degli organici delle forze dell'ordine (Margherita); un Welfare impiantato sul rapporto inversamente proporzionale redditi-bisogni (Ds), collocare la famiglia al centro della riorganizzazione del modello di Welfare (Margherita); sviluppo, riduzione del debito pubblico, concorrenza e ricerca (Ds), ricerca e innovazione per lo sviluppo e concorrenza nei servizi pubblici (Margherita) e così via di questo passo. Con molta umiltà vorremmo chiedere se c'è qualcuno in Italia che non vuole sviluppo e ricerca o il potenziamento delle forze dell'ordine o la riduzione del debito pubblico e così via e se, inoltre, tutti non chiedono una forte concorrenza ma nei settori in cui operano gli altri, naturalmente. Così non si va da nessuna parte. Questi programmi sono pari pari anche quelli del centrodestra a testimonianza che mancano idee-forza capaci di distinguere gli uni dagli altri e che, come spesso usiamo dire, in politica la differenza la fanno gli strumenti e non certamente gli obiettivi. Se al genericismo di queste «convention programmatiche» che si chiudono con appelli deamicisiani (stiamo uniti, stiamo uniti, stiamo uniti!) si aggiunge poi la confusione di chi dice di non essere più comunista ma intanto si chiama comunista (il partito di Cossutta) e chi dice di essere democristiano ma non si chiama democratico cristiano (il partito di Mastella) la sarabanda dilaga ed il Paese rischia di andare definitivamente in rovina.