L’Unione spreca il rigore: Finanziaria più debole

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Telese Terme

Dopo svariati avvitamenti e perifrasi - «Sarà qualcosa in meno» (Pierlugi Bersani), «Avrà un’entità più contenuta» (Tommaso Padoa-Schioppa) - ieri sera i ministri economici in dibattito alla Festa dell’Udeur, hanno dato finalmente i numeri. Nel senso economico ovviamente, mentre sotto il palco Clemente Mastella presentava a Romano Prodi la torta per i suoi primi cento giorni di governo, e quello soffiava tutto allegro, vantandosi di essere «come Cannavaro» e Tommaso Padoa-Schioppa «come Buffon». Spente le candeline, il succo è che la manovra sarà di 30 miliardi ed è inutile sperare in «spalmate» biennali come propone Rifondazione o anche soltanto di un anno e mezzo come suggerisce Mastella, perché verrà totalmente e inesorabilmente varata in questa finanziaria. Insomma, sarà meno dolorosa grazie alle maggiori entrate fiscali che il governo s’è visto arrivare provvidenzialmente, ma la stangata ci sarà ugualmente.
Ancor prima di scendere a dibattere coi leader sindacali, con Diego Della Valle e con Alfonso Iozzo, è stato il titolare dello Sviluppo economico a negar dapprima «l’esistenza di due linee» nel governo, confermando l’anticipazione che la manovra «sarà qualcosa in meno» rispetto ai 35 miliardi annunciati, ma «quanto non è ancora dato sapere» perché «stiamo ricalibrando le cifre». Però, una cosa Bersani poteva già assicurare: «Tutta la manovra dovrà essere compresa in questa finanziaria», parlare ancora di spalmatura «è fuori luogo». E Mastella, che suggerisce di giocare sull’anno solare strappando sei mesi in più a quello finanziario? «Mastella ha sempre delle belle immagini», ha sorriso il ministro, «ma la sostanza non cambia. Il problema non è dell’Unione europea, il problema è nostro, e tutto il resto è irrilevante rispetto al problema del rientro. Anzi, prima si rientra e prima si può ripartire».
Quando poi la parola è toccata al ministro dell’Economia che si rivolgeva a una platea popolare, costui ha lentamente e didatticamente spiegato che l’entità della manovra «è legata all’àncora» del rientro del deficit al di sotto del 3% del Pil. Servivano 45 miliardi quando è stato fatto il Dpef, ma ora «la catena di quell’àncora sembra essere minore di quanto appariva a luglio, perché si annuncia un maggiore gettito fiscale». Ne occorrevano comunque 35 per combinare quel «rientro» a qualche investimento, e finalmente Padoa-Schioppa ha distillato: «Oggi possiamo stimare in trenta miliardi l’entità della manovra». Con orgoglio, quasi a lenire la stangata di quelli che restano comunque 59mila miliardi di vecchie lire, il ministro ha concluso che «la manovra conserva intatto il suo obiettivo, il punto d’arrivo, ma avrà una entità più contenuta». Bersani, con maggior disinvoltura politica, ha poi rincarato: «Vedrete che alla fine, la cifra non sarà quella delle lacrime e sangue ma quella dello sviluppo».
Terminato il dibattito che doveva discutere di liberalizzazioni ma s’è accentrato sulla finanziaria, sul palco è salito il premier per un grande e trionfale one man show. E fra i vari argomenti che gli han sottoposto i due intervistatori, non poteva mancare quello già illustrato dai suoi due ministri. Così Prodi ha confermato che la manovra fiscale, «grazie a 5 miliardi di entrate fiscali in più», sarà di 30 miliardi. «Non vogliamo far piangere il Paese» e naturalmente «Visco è lo sceriffo buono che applica la legge», ha addolcito Prodi. «Vogliamo rilanciarlo nel quadro di una correttezza dei conti pubblici che il precedente governo aveva turbato». Come se la possibilità di scendere da 35 a 30 miliardi gli fosse piovuta dal cielo. Però è tornato a promettere che «i benefici del cuneo fiscale saranno ripartiti tra imprese e lavoratori in base ai contributi che essi pagano», più o meno quei due terzi ai lavoratori e un terzo alle imprese che ha sempre ventilato.
Promette nella finanziaria una grande «opera di snellimento delle strutture produttive e operative», il premier, in linea e prosecuzione col decreto Bersani. E quando gli han domandato se il Guardasigilli deve insistere nella riforma degli ordini professionali, «Sì, senza dubbio», ha risposto guardando Mastella, «se non lo fa lo licenziamo». La torta s’era già fatta fredda e pesante.