L’Unione tifa per Follini e aggredisce Casini

Da leader bipartisan a «uomo di parte». Adesso l’ordine è demolire la sua immagine

Gianni Pennacchi

da Roma

Che la guerra fosse rinviata, lo si era capito sin dal mattino di ieri, vedendo la quiete della discussione generale nell’aula di Montecitorio e le valigie ammassate nel guardaroba, pronte per il consueto ritorno a casa del giovedì. Che infine il centrodestra se la passi meno peggio del centrosinistra, lo si è capito nel pomeriggio, per quanto accadeva nel vertice dell’Unione presieduto da Romano Prodi. Qui, avendo deciso una «grande» manifestazione contro la riforma elettorale, eran propensi a indirla per la metà di ottobre: per poi piegarsi a farla subito, lunedì a Roma, «altrimenti rischiamo di manifestare a legge già approvata» come ha spiegato Oliviero Diliberto agli alleati.
Più tardi, poco prima di cena, la Conferenza dei capigruppo ha ratificato lo scadenzario programmato al mattino dalla Cdl. Fine settimana tranquillo, ovviamente; e niente guerra nemmeno la settimana entrante, ci sono due decreti in scadenza da smaltire (violenza negli stadi e cinematografia) e la Cirielli. Lo scontro «epocale» per il ritorno al proporzionale andrà in scena martedì 11 ottobre, ma poiché i patti son patti e la Lega non fa più regali, la settimana successiva andrà in aula la riforma federale, per il suo terzo e penultimo voto. Ma saranno guerre lampo: tre giorni la prima e uno soltanto la seconda.
La novità è che nella maggioranza appaiono più sicuri, «c’è ormai la consapevolezza che tutto si tiene, legge elettorale e federalismo - spiega Antonio Leone - dunque se non passa la prima cade il secondo e andiamo tutti a casa prima di Natale». E i franchi tiratori, visto che la riforma elettorale si vota a scrutinio segreto? «Ma va, questo è semmai un problema del centrosinistra. Il proporzionale conviene anche ai nostri della Sicilia e della Lombardia», è la risposta. Confermata sul fronte avverso da Rino Piscitello, che ha saggiato i conterranei polisti registrando gran favore per la riforma. Il motivo? Vero è che nel 2001 in Sicilia avevano fatto il pieno nei collegi uninominali, 61 su 61 senza ovviamente aver preso il 100% dei voti, ma «ora più della metà di loro è a forte rischio: meglio dunque un posto nelle liste bloccate».
Che i franchi tiratori possano aprire una falla nell’opposizione piuttosto che nella maggioranza, lo conferma Clemente Mastella, che al vertice dell’Unione ha proposto di uscire dall’aula l’11 ottobre dopo il voto sulle pregiudiziali, onde «evitare sorprese». Perché all’arrivo delle votazioni segrete, ha spiegato, «magari va a finire che ti ritrovi un numero di voti diverso da quello che ti aspettavi». Per «mettere in difficoltà il centrodestra», Mastella proponeva anche di «votare a favore» dell’emendamento Udc che invece delle liste bloccate rivuole pure il voto di preferenza (ottenendo tra l’altro, una legge elettorale a pennello per i bisogni dell’Udeur e di tutti i post-democristiani). Ma prima Prodi e Piero Fassino, quindi gli altri, tutti arroccati sulla linea del «ci opporremo con ogni mezzo», han bocciato le proposte di Mastella, che ora chiosa: «Come sempre. Però vedete, io sarò anche minoritario, ma spesso sono profetico».
In verità, quello delle preferenze è l’unico interrogativo rimasto di questa legge proporzionale con premio di maggioranza e soglie di sbarramento a ventaglio. L’Udc non demorde, spera appunto che nel buio dell’urna i «veri» proporzionalisti si sollevino da destra a sinistra. I partners di governo son pronti anche al tramonto delle liste bloccate, «non sarà una tragedia» dicono. E poi c’è il premier, che considera già chiuso l’argomento: «L’accordo politico nella Casa delle libertà c’è, quindi si va al voto», ha tagliato corto mentre saliva al Quirinale, «e se l’opposizione retrocedesse da una posizione pregiudiziale vedrebbe che la legge è quella che volevano proporre loro nella scorsa legislatura, cioè un normale proporzionale con un premio di governabilità».