L’Unione vieta l’opposizione, caos in Senato

Dopo 8 ore di «occupazione» la situazione si sblocca: i lavori parlamentari posticipati al prossimo 4 luglio

Fabrizio de Feo

da Roma

Il sole batte caldo su Palazzo Madama. Ma dentro l’aula del Senato la temperatura politica è, se possibile, ancora più infuocata rispetto a quella che stringe in una morsa le strade del centro storico romano, con un emiciclo trasformato in una sorta di vulcano rovente e i parlamentari della Cdl impegnati in una vera e propria rivolta contro Franco Marini.
La scintilla che accende uno scontro destinato a restare negli annali parlamentari scaturisce quando il presidente del Senato dà la parola al ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, affinché questi possa chiedere la fiducia sul decreto «spacchetta-ministeri». A scatenare la bagarre è il senatore Lucio Malan. Il parlamentare azzurro già martedì aveva richiesto più volte la votazione delle pregiudiziali di costituzionalità sul maxiemendamento del governo, tutte puntualmente respinte dal numero uno di Palazzo Madama. Ieri il secondo atto della protesta. Un rilancio polemico che scatta quando Marini, ignorando la richiesta dell’azzurro Andrea Pastore di avere la parola, concede questa facoltà al rappresentante del governo. Il senatore piemontese, un «virtuoso» delle questioni regolamentari, si ribella e simbolicamente lancia verso lo scranno presidenziale il regolamento. Per Malan scatta il cartellino rosso: Marini lo espelle dall’aula. Ma il senatore decide di non adempiere all’obbligo di lasciare l’emiciclo. E circondato da una sorta di pacchetto di mischia - una formazione a testuggine composta da un gruppo di «angeli custodi» scelti tra i pesi massimi di Forza Italia e schierati per scongiurare un’eventuale azione di forza dei commessi - decide di asserragliarsi nell’aula. Marini, a quel punto, sospende i lavori.
La protesta di Malan non è, ovviamente, un’iniziativa estemporanea ma la conseguenza di una serie di decisioni considerate vere e proprie provocazioni. Tra queste la mancata concessione della parola a Renato Schifani, che di fronte allo «stop» di Marini, fa risuonare l’allarme democratico: «E’ un colpo di Stato. C’è un commissario che sta soffocando la democrazia parlamentare. Mi viene impedito di parlare sull’ordine dei lavori, fatto mai accaduto prima con la presidenza Pera. La democrazia parlamentare è a rischio». Gli fa eco Paolo Guzzanti che, con voce baritonale, sentenzia all’indirizzo di Marini: «Vergogna! Golpista».
In precedenza i senatori del centrodestra avevano abbandonato l’aula per tentare di far mancare il numero legale nel voto di fiducia sul decreto «milleproroghe». Tentativo andato a vuoto visto che l’aula di palazzo Madama riesce, comunque, ad approvare la fiducia posta con 160 sì (il quorum per la fiducia era di 158 voti). La bagarre scatta, però, poco dopo il voto, con il «blitz» di Malan e i senatori della Cdl che chiedono insistentemente che il loro rappresentante punito dal presidente «possa parlare». Richiesta che Marini considera irricevibile. Un muro contro muro che non accenna a sbloccarsi. E che viene reso ancora più drammatico dal malore che coglie Renato Schifani. Il presidente dei senatori azzurri avverte in aula un dolore al petto. E subito viene accompagnato dal senatore e medico Antonio Tomassini prima nell’ambulatorio di Palazzo Madama poi in una clinica per un check-up. Alla fine, contro il volere dei medici, Schifani bianco in volto, torna in Senato dove le manifestazioni di sdegno si susseguono. «Marini è l’arbitro, non vorrei che avessimo trovato il Moreno del Senato» commenta ironico Roberto Castelli. E Marcello Pera sentenzia: «Quello di Marini è un atto di violenza contro il regolamento e contro la democrazia». Ma il più pervicace resta Malan che resiste per otto ore sul suo scranno. Un’iniziativa di lotta che ha un solo precedente: quello del senatore della Margherita, Roberto Manzione, che espulso da Pera nella scorsa legislatura resistette per 50 minuti. Nulla in confronto al record messo a segno dal «gladiatore» d’aula di Forza Italia. Alla fine, dopo una lunga mediazione di cui si fa carico Altero Matteoli, si arriva a un accordo che accoglie in pieno le richieste del centrodestra: seduta riconvocata martedì prossimo e riconoscimento del diritto dell’opposizione di votare prima della fiducia le pregiudiziali di costituzionalità. Un successo che provoca «entusiasmo» anche in Silvio Berlusconi che esulta per «una grande vittoria in difesa della democrazia» e si compiace della debolezza dimostrata dalla maggioranza a Palazzo Madama. Il tutto condito da una considerazione politica: la presa d’atto che «il muro contro muro ha ricompattato l’opposizione, unita come non mai». Unico rammarico le parole dei centristi che «come al solito si vogliono distinguere».