L’Unione vuol dare il visto agli immigrati in cella

L’idea della Rnp ha subito riscosso l’appoggio del ministro Turco. Proposta anche l’istituzione di «case famiglia» per le detenute

Emanuela Fontana

da Roma

Dalla clandestinità alla regolarizzazione, senza code, passando per il carcere. Ottenere il permesso di soggiorno evitando le attese in questura potrebbe essere presto possibile. L’immigrato clandestino aspetterà il foglio in cella. È il contenuto di una nuova norma all’analisi della commissione giustizia, che, agli extracomunitari regolari condannati in Italia e distintisi per comportamento lodevole durante la detenzione, consente di poter aspirare a mettersi in regola direttamente da dietro le sbarre. Ieri sono scaduti i termini per la presentazione degli emendamenti, l’approvazione è in dirittura d’arrivo. E dall’opposizione si stanno alzando le proteste contro una legge che viene vista come un altro «smantellamento della Bossi-Fini sull’immigrazione». Un secondo colpo al testo in vigore dopo il decreto flussi, che prevede l’ingresso di 350mila immigrati. Il via libera definitivo in questo caso arriverà probabilmente già oggi alla commissione affari costituzionali del Senato.
Il provvedimento sul permesso di soggiorno per i condannati è affogato all’interno di una proposta di legge a favore delle detenute e dei loro figli. È il pdl 528, presentato dalla Rosa nel pugno, ma controfirmato anche da un ministro, Livia Turco. Titolo: «Disposizioni per la tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori». La legge prevede l’istituzione di nuove «case famiglia», per consentire alle detenute di trascorrere la condanna insieme ai figli in strutture che siano più consone all’educazione di un bambino piccolo per un suo «sano sviluppo». Viene poi concesso alla madre di accompagnare con permesso speciale il proprio figlio qualora debba essere sottoposto ad esami medici. Ma all’articolo 6 è introdotto un concetto del tutto nuovo, spiegato nella relazione del pdl: «Si vuole avviare l’iter per l’ottenimento del permesso di soggiorno, al momento del verificarsi delle condizioni necessarie, anche dalle mura del carcere». La legge prevede anche l’eventuale annullamento dell’espulsione per i clandestini che dimostrino un buon inserimento sociale.
«Lo straniero detenuto - si legge all’articolo 6 - può, al verificarsi delle condizioni richieste dal presente testo unico, fare domanda del permesso di soggiorno e della carta di soggiorno direttamente dall’istituto penitenziario». E anche se esiste un decreto di espulsione che scatterà «al termine dell’espiazione di una pena detentiva», il giudice competente «può disporre la revoca del decreto qualora accerti il reinserimento sociale a seguito di lavoro di recupero effettuato durante la detenzione, o vi sia una promessa di contratto di lavoro, anche temporaneo».
L’annullamento scatta comunque automaticamente «qualora l’espulsione riguardi madre con figli minori», o il padre, se la moglie è morta o non è in grado di seguire i figli. Il permesso di soggiorno è automatico per i figli che non si trovano in Italia e che vogliano ricongiungersi con la madre in carcere in attesa del permesso.
Un «cavallo di Troia in una legge caramella», spiega Giulia Buongiorno, di An: una legge «dal titolo apparentemente condivisibile, che non si può non votare». All’articolo 6, chiarisce Buongiorno, che ha presentato un emendamento per abrogare l’intera norma sui permessi di soggiorno in carcere, «ecco che si cambia surrettiziamente argomento e si introducono dei benefici per i detenuti immigrati».
Una norma, secondo Maurizio Gasparri, «che contrasta con quel che dice il ministro Amato, secondo il quale tra gli immigrati bisogna distinguere tra le brave persone e coloro che violano le regole». Per il senatore di An Alfredo Mantovano si tratta di un «ennesimo provvedimento per smantellare la Bossi-Fini. Non si stanno mettendo d’accordo sulla nuova legge sull’immigrazione per i contrasti tra Rifondazione e il ministro sui Cpt (centri di accoglienza temporanea ndr.) ma stanno demolendo la legge per via amministrativa».