L’Unione vuol salvare l’Italia soltanto con le chiacchiere

Chi per fatti propri che non mancano mai, chi ancora per i comma camaleontici della Finanziaria che si abbattono a destra e a manca senza concedere tregua, chi per altro, non è che ci sia rimasto molto da ridere durante le feste. Non è riuscito a procurare uno squarcio di ilarità neppure Prodi che si è presentato in televisione vestito da Fantozzi delle nevi (quanti sghignazzamenti invece per una semplice bandana di altri tempi...).
Sul quadro generale, nonostante quell’euforia forzata che finisce col moltiplicare la malinconia, ha aggravato la pagella di fine d’anno redatta soprattutto dagli stranieri, in testa quel The Economist autorevolissimo un tempo, appena citato in fondo all’ultima pagina della Grande Stampa oggi. Il nostro Paese è generalmente relegato sul banco degli asini e atteso al varco da saccenti patroni europei.
E tuttavia, ora che l’Epifania tutte le feste si è portata via, mi accorgo, quasi d’improvviso, di avere motivo di consolazione e perfino di orgoglio. Sarà probabilmente un caso, mai però come in questi giorni sento fare in occasione di semplici spunti di cronaca il nome di italiani illustri: ricercatori, cardiochirurghi, clinici, economisti, giudici costituzionali, anche quello del presidente del Congresso nordamericano - nomi che si aggiungono a quelli in notorietà permanente di attori, scrittori, politici.
Senza vanesia soddisfazione sciovinistica mi si allarga il cuore nel constatare che l’Italia c’è e si afferma dovunque, senza restare indietro nello sviluppo della cultura mondiale, umanistica e scientifica. C’è nonostante che la miseria ieri, la meschinità e l’inefficienza della politica faziosa oggi impediscano o ostacolino che il nostro Paese si sviluppi pienamente in patria. Gli uomini illustri dal nome italiano sono in genere non solamente i giovani di oggi in cerca di sbocco, ma anche e soprattutto discendenti dei cafoni che non si fermarono a Ellis Island e superarono quelle forche caudine con sforzo e dolore. Già prima, Pietro Maroncelli e il trascuratissimo grande Lorenzo Da Ponte furono i pionieri dell’opera lirica e della Dante Alighieri negli Stati Uniti d’America ed aprirono la strada alla possibilità di una assimilazione privilegiata intellettualmente.
Tutto ciò ci tranquillizza sulla validità oggettiva della nostra identità, mortificata ieri da una politica gonfia solo della retorica fascista, compressa oggi da una egemonia culturale di dottrina marxista che da più di mezzo secolo domina sommersa le sorti del nostro Paese.
Non saranno le cronache di questi giorni sul genio italiano nel mondo né la commozione, se volete superficiale o sentimentale, nel sentire un Papa tedesco in Turchia celebrare messa in italiano a convincerci del tutto che ci siamo anche noi. È però certamente uno sprone che deve indurci a curare meglio le nostre scelte, a rifiutare l’influenza che proviene dal diffuso complesso di superiorità della libertina borghesia di sinistra che trascura la meritocrazia e pretende di salvare l’Italia con le chiacchiere piuttosto che con i fatti.