L’Unione vuole il dialogo ma solo per non crollare

Ricordate che cosa dicevano gli alti papaveri dell’Unione all’inizio della legislatura? Sostenevano che le riforme istituzionali prossime venture andavano scritte di comune accordo tra maggioranza e opposizione. A dire il vero, il pulpito dal quale veniva la predica era alquanto sospetto. Perché la riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, concernente i problematici rapporti tra Stato e regioni, era stata approvata in solitudine dal centrosinistra agli sgoccioli della XIII legislatura, anno Domini 2001, quando era al potere. Salvo poi a ripensarci quando la Corte costituzionale fu chiamata a risolvere una quantità di conflitti esplosi tra Stato e regioni.
Ma per carità di patria scordiamoci il passato e veniamo ai giorni nostri. Solo uno sprovveduto può concludere che l’auspicio di riforme istituzionali fatte insieme sia dettato da buonismo. La verità è che il lodevole proposito di riforme insieme è la risultante di due fattori. Primo, l’Unione al Senato ha una maggioranza talmente risicata che a ogni provvedimento in votazione rischia di andare sotto. Secondo, anche in tema di riforme istituzionali l’Unione procede in ordine sparso come un’allegra compagnia di ubriachi. Perciò senza la stampella della Casa delle libertà è condannata all’impotenza.
Dopo il no di Silvio Berlusconi a compromessi istituzionali pasticciati con un centrosinistra più inaffidabile che mai, ecco puntuale il «contrordine compagni». Il primo a compiere il voltafaccia, manco a dirlo, è stato Luciano Violante. Ha tuonato che le riforme vanno fatte anche se l’opposizione dice di no. Per il semplice motivo, spiega, che su alcune ci sarebbe un largo consenso nel Paese. D’altra parte la parvenza d’accordo sulla riforma costituzionale è la classica commedia degli inganni. La relatrice diessina Susa Amici sta al gioco perché solo così la legislatura può andare avanti e il governo Prodi non sarà costretto a fare le valigie. Mentre l’altro relatore, il finiano Italo Bocchino, ha tutto l’interesse a squadernare l’ipocrisia di un centrosinistra che ieri gridava «al lupo al lupo» alla riforma costituzionale cara alla Casa delle libertà, mentre oggi se ne fa paladino strumentalmente. E con la Buonanima, che se ne intendeva, conclude che l’importante è durare.
Colpito in ciò che ha di più caro, l’immagine, Violante perde la consueta lucidità. E così dichiara che anche loro, ossia gli uomini di centrodestra, sono d’accordo sul Senato federale e i poteri del premier. Anche loro? Ma se hanno i diritti d’autore! E poi bluffa con il suo velleitario «faremo da soli», ben sapendo che l’Unione si divide su ogni questione e da sola non va da nessuna parte. Mentre il ministro per le Riforme costituzionali Vannino Chiti, diessino pure lui, consapevole di aver pestato per mesi e mesi acqua nel mortaio, si accontenterebbe di qualche riforma tagliata a fette come il salame. Che cosa non si fa per tirare a campare.