L’Unione vuole indebolire il ceto medio

Arturo Gismondi

C’è qualcosa, e anzi molto, di antico nell’alleanza proclamata da Paolo Mieli sul Corriere fra i «poteri forti» e la sinistra sindacale e politica. Chi voglia ripercorrere la storia della formidabile crescita del debito pubblico negli ultimi decenni del secolo scorso si imbatterà in un lavoro comune fra i gruppi industriali più forti, i sindacati e la sinistra politica avente come fine quello di far pagare alla collettività i processi di modernizzazione. Il meccanismo usato più di frequente era questo: l’azienda annunciava la necessità di riduzione di quote di personale; il sindacato dava fuoco alle polveri con scioperi, manifestazioni e trattative più o meno faticose, ricorso agli «ammortizzatori sociali» generosi e costosissimi. È stata questa una delle formule più praticate del principio cardine del «capitalismo senza capitali», quello della «socializzazione delle perdite».
Si tratta di altri tempi: il debito pubblico ha fatto la parte sua, ne stiamo pagando e ne pagheremo il conto. Gli articoli di Maurizio Belpietro dei giorni scorsi danno un’idea dei processi di riorganizzazione in atto nel mondo finanziario e bancario, sollecitati dalla necessità di mettere le nostre aziende in condizioni di reggere la mondializzazione in corso. Questo spiega la scelta di un personaggio come Prodi, e la sua accettazione sia pure da parte di una sinistra assai poco raccomandabile agli occhi di certi ambienti. In caso di vittoria dell’Unione, Romano Prodi dovrà però affrontare una contingenza resa più difficile dalle promesse elettorali. Le condizioni dell’alleanza spingeranno il governo dell’Unione a rovesciarne il costo economico sui soliti ceti medi, attraverso la leva fiscale e il costo della politica del sistema bancario.
Le prime notizie sulle intenzioni di Prodi vanno in questa direzione. Un esempio lampante è costituito dal ripristino della imposta di successione. Questa sorta di restaurazione ha un carattere vagamente vendicativo, perché tutti sanno che il gettito di questa gabella è modesto. Ma a chiarire la logica del governo è la definizione del reddito da colpire che riguarda i patrimoni «superiori ai 500mila euro». Sotto questa tagliola cadono le proprietà di valore medio, le seconde case al mare e in campagna, che sono spesso il risparmio delle famiglie medie. Ma la somma indicata riguarda anche i medi esercizi commerciali, le piccole e medie aziende, quelle che operano nel campo di servizi e gli studi professionali, non certo quelli alla Guido Rossi. Ha caratteri in certo senso analoghi l’annunciata tassa sulle rendite finanziarie, nonché la richiesta della Cgil di inasprire la progressività dei redditi tassabili. E ci sono le sorprese della formula annunciata da Prodi di rivedere la tassa Ici e, insieme a essa i valori catastali degli immobili.
L’articolo col quale Mieli presenta la scelta del Corriere rivela che tutta l’operazione e la fobia ossessiva che la suggerisce è diretta contro Berlusconi, autore di autentiche eresie per le quali l’avvenire di questo Paese è nel lasciare più soldi nelle mani del cittadino che investe e consuma, e nel sostenere che la forza economica sulla quale può contare il Paese è il coraggio, la volontà di lavorare, di investire, di rischiare di una multitudine di operatori dell’industria, del commercio, dei campi e dei servizi. Dal coraggio, suggerisce un lettore, necessario a lui, modesto artigiano, di uscire di casa tutte le mattine per alzare la saracinesca della sua bottega per affrontare una vita che rischia di farsi sempre più difficile.
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