«L’Unione vuole la sanatoria Così apre la porta ai clandestini»

Antonio Signorini

da Roma

Prima fare entrare illegalmente i cittadini extracomunitari e poi regolarizzarli. È un ritorno alle «sanatorie a pie’ di lista» - secondo l’ex sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi - quello che sta preparando il governo dell’Unione. Una politica che non mira a qualificare l’immigrazione e che farà aumentare drammaticamente il numero di extracomunitari: dai 99.500 regolarizzati nel 2005 a 670mila.
Cosa non la convince dei primi passi del governo?
«Hanno proposto un decreto correttivo sulla definizione dei flussi e poi il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha tracciato le linee di una controriforma rispetto alla legge Bossi-Fini. In generale direi che stanno affrontando il problema secondo un approccio solidaristico, al punto che hanno spostato le competenze dal ministero del Lavoro a quello della Solidarietà sociale. Il dicastero di Ferrero si occuperà non solo delle politiche per l’integrazione, ma anche del controllo dei flussi. È la dimostrazione che hanno scelto un approccio che prescinde dal mercato di lavoro».
Amato ha fatto qualche accenno al rapporto di lavoro.
«Però ha negato la possibilità, prevista dalla legge Bossi-Fini, che sia possibile determinare un rapporto di lavoro prima dell’ingresso nel nostro Paese. Secondo me questa posizione, insieme al decreto sui flussi, nasconde la rinuncia alla qualificazione dei flussi migratori, una sorta di acritica accettazione dei clandestini, il rinnovo della prassi dei flussi subiti che ha caratterizzato gli anni Novanta. Un rischio grande perché renderà più difficile un vero riconoscimento dei diritti di cittadinanza degli immigrati».
Si potrebbe obiettare che il diritto di cittadinanza dovrebbe valere per tutti, a prescindere dal posto di lavoro...
«Le persone che vogliono realizzare un progetto duraturo di vita nel nostro Paese devono poter contare su un lavoro, perché è il lavoro il primo strumento di autosufficienza e quindi di legittimazione. Il non lavoro per un immigrato significa emarginazione e rifiuto da parte della società che lo ha accolto».
Che rischi vede nella rideterminazione della politica dei flussi?
«Vogliono farli corrispondere al totale delle domande e questo significa solo una seconda sanatoria a piè di lista che farà aumentare il numero di immigrati in modo drammatico. Nel 2005 venne stabilito un tetto a 99.500, nel 2006 già noi arrivammo a 170mila. Con il nuovo decreto sui flussi si rischia di aggiungerne altri 500mila».
Spesso sono le nostre imprese a richiedere più immigrati...
«Per gli stagionali ci sono già quote che corrispondono alle esigenze dei datori. Poi, noi avevamo scelto la strada di orientare le quote verso le alte professionalità e sulle figure più richieste dal nostro mercato del lavoro, ad esempio verso i servizi e la cura della famiglia, le badanti che già avevano una quota che corrisponde alla domanda. Oppure gli infermieri e, in una certa misura, gli edili. Abbiamo invece contenuto il numero dei lavoratori nel settore manifatturiero, perché sapevamo che accogliendoli li avremmo condannati a una disoccupazione di lungo periodo. Se, come sembra voler fare il governo dell’Unione, si rinuncia a qualificare i flussi migratori si producono disoccupati e si attirano nuovi flussi di clandestini. Sarebbe poi gravissimo se si rinunciasse anche alla qualificazione degli immigrati sulla base dell’area di provenienza. Questo non solo perché è giusto favorire cittadini di quelle aree con le quali è più facile l’integrazione, ma anche perché solo così si premiano i Paesi che combattono i mercanti di clandestini».