L’«Unità» alimenta il culto stalinista di Veltroni

Caro Granzotto, non pare anche a lei che i modi e la messinscena della discesa in campo di Walter Veltroni, l'eco mediatico e le sgomitate degli esponenti della società civile per attestare il loro favore al sindaco di Roma ricordino molto da vicino il culto della personalità di staliniana memoria?


Non da vicino, ma da vicinissimo, caro Mellini. Le premesse ci sono tutte: Veltroni si è posto come guida naturale e dunque indiscutibile del Pd, presentandosi come «salvatore» della sinistra allo sbando. Grazie alla stampa amica tenta (con successo, occorre dire) di far passare il proprio nome come sinonimo di Partito democratico, in modo che non sia possibile separare l'uno dall'altro. Aggiungiamoci il carico massiccio di adulazione da un lato, di autocompiacimento all'apparenza stemperato in un bagno di finta umiltà dall'altro e siamo in pieno culto della personalità. Anche se Veltroni nega di esserlo mai stato, buon sangue di comunista non mente.
Ad alimentarlo, il culto della personalità, non poteva che essere in prima fila l'Unità, quotidiano che vanta una lunga militanza stalinista. Giorni fa titolava a piena pagina: «L'Italia che conta firma per Veltroni». Senza mezzi termini: l'Italia che conta. Come a dire che chi non sta con Veltroni non ha ruolo, non ha status: insomma, non è nessuno. Seguiva poi l'elenco (definito da un sovraeccitato Bruno Miserendino «sterminato») dei 160 firmatari del manifesto pro Walter. C'erano tutti, tutti quelli che davvero contano, ovviamente: da Sabina Rossa a Nicola Rossi, da Luca Pancalli ad Anna Maria Pancallo, da Lino Prenna a Giampiero Rasimeli, da Rosario Trefiletti a Margherita Vallefuoco, da Costanza Fanelli a Nedo Fiano. Non mancava nessuno, nemmeno Evelina Christillin.