L’Unità che demonizza il Ponte 44 anni fa non voleva l’Autosole

Il giornale bandiera della sinistra ha condotto battaglie di retroguardia anche contro il metrò, i grattacieli e la tv a colori

Per meglio comprendere il ricompattamento della sinistra attorno al fronte del no (al nucleare, al ponte sullo Stretto eccetera) leggere i giornali di trenta o quaranta o cinquant’anni fa è forse ancor più utile che leggere quelli di stamattina. Perché si cita e ricita il nucleare, ma parrebbe un pazzo chi dicesse che la sinistra italiana era anche contro la televisione, contro l’automobile, contro la metropolitana, contro i grattacieli, contro i ponti e i sottopassaggi, contro l’alta velocità in ogni sua forma, contro i computer, contro l’automazione del lavoro, contro il part-time, contro tutto ciò che si è rivelato causa e conseguenza della modernizzazione del Paese: e stiamo parlando, ricordiamolo sempre, di una forza che ha sempre amato definirsi «progressista» per quanto non abbia risparmiato ostilità rivolte contro tutto ciò che è stato via via ricondotto alla società dei consumi.
Le autostrade, per esempio: la sinistra non le approvava perché privilegiavano i consumi individuali (era la tesi) a discapito del trasporto pubblico. Il 3 ottobre 1964, dopo che il governo di Aldo Moro aveva inaugurato l’Autostrada del sole, qualcosa cioè che davvero cambiò l’Italia, l’Unità scrisse questo: «Abbiamo l’autostrada, ma non sappiamo bene a che serve... è evidente l’impegno di spremere l’economia nazionale nella direzione di una motorizzazione individuale forzata... dimenticando che mancano le strade normali in città e nel resto del Paese». Sembrano i titoli dell’Unità circa il ponte di Messina. Lo schema è sì migliorato, ma non molto mutato: da allora a oggi ogni grande opera è stata inquadrata come un fumo spettacolare ma privo del necessario arrosto. Roba per pochi: «Velocità alte e comode», insisteva l’Unità, «sono soltanto per redditi più elevati». Tipo i camionisti bulgari.
E non dite che sono polemiche datate, perché ciò che scrisse l’Unità dell’8 gennaio 1977, quando il Pci era ai massimi, oggi andrebbe riletto ai pendolari della Salerno-Reggio Calabria per saggiarne le reazioni: «Gli investimenti in autostrade hanno aperto una falla difficilmente colmabile nelle risorse del Paese, a detrimento di investimenti la cui mancanza determina continui danni economici ed ecologici». La magica parola, ecologia, era già stata requisita dalla sinistra non senza colpe di un centrodestra piuttosto vacante sul tema. Resta il delirio: «Mettere fine agli sperperi in una ragnatela di autostrade, dando rigorosa precedenza a investimenti sociali e produttivi, ecco il nostro impegno». Sempre l’Unità.
Era il gergo sempreverde che andava a richiamare «un diverso modello di sviluppo». Quale? Mai capito, però vediamo che all’inizio del 1977 proprio Enrico Berlinguer, peraltro alla vigilia di una straordinaria fase di espansione mondiale dell’Italia, dettava una precisa parola d’ordine: austerità.
Sì, perché «l’austerità è il mezzo per contrastare alla radice, e per porre le basi, del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale. Lo scopo di questa austerità», disse sempre Berlinguer in un celeberrimo discorso, «è in primo luogo quello di instaurare una moralità nuova».
La mentalità è in parte rimasta. La sinistra progressista, nel dopoguerra, si era già opposta alla realizzazione della Metropolitana milanese; negli anni Sessanta, il tram era definito di sinistra e la metropolitana di destra: va da sé che anche le conseguenze di questo, oggi, separano lo status di certe città italiane da quello di altre metropoli europee.
La sinistra progressista si oppose parimenti allo sviluppo urbanistico verticale (i grattacieli) e anche di questo le conseguenze sono note. Una volta tinta di verde, la stessa sinistra avrà modo di opporsi a tutti i progetti di Alta velocità ferroviaria, alla variante di valico Firenze-Bologna, alla realizzazione dell’aeroporto della Malpensa, al progetto Mose per salvare Venezia, per non parlare appunto del ponte sullo Stretto e di ciò che è successo coll’energia nucleare: eravamo il terzo Paese del mondo per produzione, prima dello stop via referendum.
Poi, se volete divertirvi, c'è la televisione. Nel 1954, a dir il vero, la nascita della Tv italiana fu accolta con sospetto e freddezza non solo a sinistra: nessun quotidiano infatti riportò la notizia in prima pagina, a parte La Stampa.
Era già evidente che cosa la televisione avrebbe potuto determinare nei costumi di un Paese: negli Stati Uniti i televisori erano già trenta milioni, in Inghilterra tre milioni, la Rai in ogni caso vantava già centinaia di dipendenti.
Un esordio in bianco e nero che forse contribuirà a ritardare di dieci anni quello della televisione a colori: fin dal 1967 la tecnologia fu ampiamente disponibile (apparteneva già a Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Francia, Giappone e persino, sì, all’Unione Sovietica) ma in Italia riaffioravano discorsi sui consumi individuali e collettivi: «La Tv a colori è caldeggiata dagli industriali e dalla Rai» titolava l’Unità del 14 settembre 1977. Vade retro: «La questione non è se tradurre in Italia la Tv a colori, bensì quando introdurla... chiarire se il Paese può sopportare questa spesa e quali vantaggi eventuali, se vantaggi ci sono, potrebbe dare alla nostra economia».
L’arcano, oggi, pare risolto. Ma allora no: «Si tratta di capire e decidere», tuonava l’Unità, «se la Tv a colori è conciliabile con la vigente necessità di case, scuole, ospedali». A parte il congiuntivo sbagliato, oggi è forse più facile requisire case e scuole e ospedali che non i televisori a colori: prima dell’Europeo di calcio, almeno. Tutto il resto è noia, a parte una vicenda più recente e tuttavia più rimossa: negli anni Settanta, quando nacque la prima tv commerciale (si chiamava Telebiella ed era più che altro un esperimento) la sinistra additò «un pluralismo televisivo illegale, incostituzionale e tecnicamente impossibile». Impossibile, già.
Già allora, i «progressisti» proposero che il raggio d’azione delle tv private non dovesse superare il chilometro e mezzo. Poi saranno sempre loro ad applaudire i pretori che spegneranno le tv di Berlusconi e che si batteranno contro gli spot televisivi: perché non si interrompe un’emozione. Al limite si perdono le elezioni.