L’Università azzoppata dalla sinistra

La politica dell'università, non meno della politica nell'università, dal 1968 in poi hanno rappresentato la testa di ponte dell'egemonia culturale della sinistra in Italia. Per due ragioni di fondo, tra esse complementari. Attraverso il reclutamento dei docenti, soprattutto nelle materie umanistiche, la logica accademica vigente ha fin qui garantito la trasmissione di una cultura quasi immobile (Calvino avrebbe parlato di «grande bonaccia»), per lo più impermeabile al merito e a quel confronto tra interpretazioni differenti che è il sale della ricerca scientifica. Ancora in troppi ambiti del sapere, per fare carriera universitaria, l'essere di sinistra rappresenta un indispensabile visto d'ingresso nella corporazione. E laddove ciò non conta è perché quel visto è surrogato dal nepotismo e, da ultimo, dal localismo: peggio che andar di notte.
A questa realtà ha fatto da pendant la subcultura diffusasi tra gli studenti. Essi senza soluzione di continuità si sono mobilitati affinché l'università resti esclusivamente nelle mani del pubblico; si chiuda ermeticamente alle logiche del mercato e al contributo proveniente dal mondo del lavoro; sia assicurata a tutti - e non soltanto ai migliori - a costi irrisori. L'università, insomma, è stata intesa come un diritto da pagare meno del pacchetto di sigarette giornaliero, e non una conquista per i più meritevoli. Questa deriva ha fatto sì che gli studenti fossero permanentemente mobilizzati contro il proprio futuro. Con la benedizione della classe accademica che, anche grazie a quella mobilitazione permanente, ha potuto mantenere il proprio potere immobile, all'ombra di un po' di retorica sinistrese e di qualche slogan politicamente corretto.
Come spesso accade nella vita, a lungo andare le conseguenze di un atteggiamento di chiusura producono intenzionalmente conseguenze contrarie a quelle che si auspicherebbero coloro i quali lo perpetuano. Una parte della classe accademica avrebbe voluto conservare l'egemonia della cultura di sinistra. Ma il suo provincialismo ha provocato un tale fenomeno di sclerosi che oggi la crisi di quella cultura, in Italia non meno che in Europa, è sotto gli occhi di tutti. E paradossalmente la classe accademica è attaccata, seppure attraverso i soliti stilemi moralistici, innanzitutto dai rotocalchi della sinistra. Gli studenti, dal canto loro, coltivando il mito della massificazione e dell'uguaglianza hanno nei fatti contribuito a edificare quanto di più classista si sarebbe potuto immaginare. Perché oggi nelle nostre università degradate ci vanno i figli dei poveri cristi, anche se bravi e volenterosi. Mentre nelle scuole d'eccellenza dove le rette sono incredibilmente alte o, più spesso, all'estero, ci vanno i figli dei ricchi, anche se sono «delle capre». Qualche anno fa mi è capitato d'insegnare a Science Po a Parigi e, nel compulsare l'elenco degli studenti italiani, mi sembrava di sfogliare l'ultima pagina dell'album di famiglia del salotto buono della sinistra. D'allora, sotto questo aspetto, la situazione è persino peggiorata.
Nella scorsa legislatura, come ho potuto, ho dato una mano al ministro Moratti che, attraverso la riforma dello stato giuridico dei docenti, ha coraggiosamente avviato un timido cambiamento. Successe l'apocalisse. Non soltanto si dovette subire l'opposizione sorda delle burocrazie e di uno schieramento trasversale arroccato in Parlamento. Alla fine giunsero immancabili le occupazioni e i cortei degli studenti, benedetti da rettori e presidi. Allora, nonostante tutto ciò, qualcosa si mosse e sono tanti oggi i coccodrilli che piangono lacrime amare perché quel tempo e quel ministro sono passati. Resta, dunque, il dovere di andare avanti sulla stessa strada. La proposta di legge, presentata qualche giorno fa in Senato da Forza Italia, prova a farlo. Essa è fondata su quattro capisaldi: tutelare l'autonomia effettiva contro la sua degenerazione localistica; parificare il sistema pubblico e privato; sviluppare la meritocrazia garantendo ai migliori di avanzare indipendentemente dal reddito; fondare il rapporto tra atenei sulla concorrenza anziché sull'accordo al ribasso, per stimolare l'intero sistema della ricerca e della didattica. Tutto ciò porta a stabilire che in tre anni si possa giungere all'abolizione del valore legale del titolo di studio. In tal modo, quando si entrerà nel mondo del lavoro, si sarà giudicati per le proprie competenze e non per un pezzo di carta. E le cittadelle del sapere perderanno la rendita di posizione che deriva loro dal dispensare titoli. Se vorranno contare, dovranno difendere la propria reputazione reclutando i docenti migliori e non degli asini patentati purché di parte o perché cresciuti all'ombra del campanile.