L’università bocciata in Economia

Per molti magnifici rettori la riforma del ministro Gelmini è arrivata con la stessa puntualità di un colore a cuori quando al tavolo verde si è rimasti con una sola fiche. Proprio quando il castello di carte - bilanci e rendiconti, tenuti insieme con la colla di artifici contabili - stava per crollare, ecco arrivare il magnifico nemico, un ministro antipatico su cui riversare le colpe del «futuro» dissesto economico Ma: perché se la riforma deve ancora entrare in vigore molti atenei hanno ora l’acqua alla gola?
L’ultimo degli allarmi sulla crisi finanziaria del mondo accademico l’ha lanciato l’anno scorso la commissione tecnica per la Finanza pubblica nel Libro verde della spesa pubblica: si illustrava che nel 2006 19 università (su 66 totali) riversavano oltre il 90% (limite fissato per legge) dei finanziamenti statali in stipendi di docenti e dipendenti. Nel 2007 le cose sono peggiorate: gli atenei in rosso sono diventati 26, il 37% del totale. E oggi, aspettando i bilanci 2008, le prospettive non sono buone.
Come fanno le università a finanziare la ricerca se spendono, come accade a Siena, il 104% dei fondi loro destinati esclusivamente in buste paga? «Semplicemente non la fanno» spiegava questa estate al Giornale Giulio Ballio, rettore del Politecnico di Milano, esempio virtuoso dove le buste paga sono contenute nel 66,2% dei fondi. Ma perché alcuni atenei hanno i pignoratori alle porte e altri hanno i bilanci in ordine? Visto che le regole sono le stesse per tutti, «le differenze - recitava l’inascoltato Libro verde - sono causate dai comportamenti particolari dell’ultimo decennio». Ovvero, da chi ha gestito troppo allegramente il personale, reiterando «processi accelerati di reclutamento e promozione», senza correlarli alla «qualità dell’ateneo».
Tra il 2000 e il 2006 le università hanno bandito 13.232 posti per professori. Questi concorsi hanno creato 26.004 idonei. Magia? No, solo l’effetto del meccanismo di «idoneità multipla», introdotto una tantum nel ’99 per superare un’emergenza ma poi tacitamente adottato come regola generale, col benestare di tutti: più professori equivalgono a più corsi, e più corsi più fondi e potere - (senza considerare la possibilità di piazzare mogli, figli, parenti e amici all’interno delle facoltà). Il professorificio è costato allo Stato qualcosa come 300 milioni di euro in 5 anni. Corollario dell’esplosione del numero dei professori, un parallelo aumento dei corsi di laurea (una volta fatti i docenti, bisogna trovargli un’occupazione). Le università, passate dalle 41 alla fine anni ’90 alle 66 di oggi (e con le private e le telematiche si arriva a 94) hanno raddoppiato tra il 2000 e il 2006 i corsi di laurea, passati da 2.444 a 5.400. Con risultati, in alcuni casi, strepitosi: al primo gennaio del 2007 il corso di Scienze della mediazione linguistica a Forlì contava un solo iscritto; chissà con chi mediava. Forse con i soli in grado di capire il suo stato d’animo, gli altri 37 studenti titolari di facoltà ad personam sparsi per l’Italia: tra di loro anche uno studente di Scienze storiche a Bologna, uno di Ingegneria industriale a Rende (nel Cosentino) e uno di scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino (in provincia di Macerata). Ma il club dei corsi di laurea con più professori che studenti conta anche dieci corsi con due frequentatori, altri dieci con tre, quindici con quattro, otto con cinque e 23 con sei. Chi paga tutto questo? I vertici dell’università senese avevano le idee chiare: lo Stato. Peccato per loro che ci abbia pensato la magistratura amministrativa a far crollare la certezza che alla fine Roma paga sempre, bocciando il ricorso dell’ateneo, che aveva chiesto al ministero dell’Università 46 milioni di euro per far fronte agli stipendi arretrati; buste paga che il rettorato elargisce in abbondanza, visto che a Siena hanno addirittura più tecnici amministrativi che professori: 1,2 non docenti per ogni docente. In questo l’ateneo toscano è però in perfetta linea con le università siciliane tutte, dove le percentuali di personale che non sale in cattedra sono le più alte di tutta Italia: a Palermo ci sono 2.530 amministrativi a fronte di 2.103 professori, a Catania i tecnici superano i docenti di 232 unità, a Messina il numero di chi insegna si ferma a 1.403 e i tecnici arrivano invece a 1.742, a Enna il rapporto è di 77 a 29. Tanto per dire, a Milano il rapporto è fermo a 0,6.