L’università lancia l’allarme: «Servono fondi, siamo al crac»

Più fondi all’università per evitare la bancarotta. L’aut-aut al governo arriva dagli atenei milanesi. «Non è una lamentazione - precisa il rettore del Politecnico, Giulio Ballio - ma un allarme». Un avvertimento partito da Roma giovedì scorso durante l’Assemblea Generale della Conferenza dei rettori (Crui) che i responsabili degli atenei milanesi hanno fatto proprio.
«Oggi ci troviamo in una situazione limite, ma fra due anni chissà dove andremo a finire». All’università italiana mancano 1,5 miliardi. «Ormai da cinque anni riceviamo pochissime integrazioni ai finanziamenti ordinari - denuncia Enrico Decleva, a capo dell’Università degli Studi - senza tenere conto dell’inflazione e delle nostre esigenze». Esempio concreto: «Per l’anno in corso è previsto un aumento del 4,5% nella busta paga dei docenti, considerando che contiamo ben 2.500 professori è facile intuire l’entità del nostro sforzo». A differenza delle altre strutture pubbliche infatti, le università devono sostenere coi propri bilanci le spese per gli stipendi in quanto non ricevono dallo Stato risorse corrispondenti. «Per garantire ai nostri docenti l’aumento a cui hanno diritto, dovremmo azzerare il sistema bibliotecario. È chiaro che il meccanismo dei finanziamenti va modificato». Per questo a breve il Presidente del Consiglio, e i ministri Fabio Mussi e Tommaso Padoa-Schioppa dovrebbero sedersi allo stesso tavolo del Crui per dare avvio a una concertazione che porti ad una soluzione concreta.
«Prodi ci ha dato la sua parola, ma è da due mesi che stiamo aspettando. Se a breve non arriveranno nuove risorse già dall’anno prossimo sarà impensabile chiudere in pareggio il bilancio».
Medesima situazione al Politecnico: «Siamo stati costretti a fare un piano quadriennale ipotizzando nuovi finanziamenti», rivela Ballio. Stessa musica in Bicocca: «Anche senza aumentare l’organico il bilancio diventerà insostenibile - avverte Marcello Fontanesi -. Noi possiamo risparmiare ma non possiamo venire meno all’obiettivo che ci ha spinti a fondare questa università: offrire a Milano un servizio migliore».
Si sa, la coperta è corta per tutta l’Italia, ma come è possibile essere tra i Paesi europei che stanziano la minor porzione di Pil per l’Università? «O noi rettori non siamo creduti, oppure si ritiene che l’Università non sia un bene primario».
Una ricetta in tre parole: «Meno burocrazia, più risorse e più controllo. Manca la cultura della valutazione, elemento fondamentale per una corretta gestione dei finanziamenti». Soldi che produrranno frutti solo a lungo termine, ma senza i quali l’Università italiana continuerà a perdere competitività.