L’uomo al centro della scienza vista «all’antica»

La storia del progresso può essere raccontata senza eccessi né tabù. Morchio ripercorre il sapere con l’abilità dei migliori professori

Alessandro Massobrio

«Qualche tempo fa un mio vecchio amico mi ha fatto notare che se Galileo fosse morto giovane, prima di compiere le sue celebri scoperte, prima o poi, in un modo o in un altro, qualche altro scienziato le avrebbe fatte. Ma se Dante Alighieri fosse morto giovane, prima di avere scritto la Divina Commedia, nessun altro l’avrebbe scritta».
Con questa considerazione Renzo Morchio, che all’Università di Genova ha insegnato biofisica per moltissimi anni, si avvia a concludere il suo ottimo saggio di storia della scienza. Ottimo - lo diciamo subito - per una inconfondibile capacità non soltanto di sintesi e di divulgazione ma di equilibrio e di moderazione, in un mondo, quella della scienza, appunto, in cui da un po’ di tempo le pulsioni ideologiche e quindi nient’affatto scientifiche si sono sostituite alla pura e spassionata ricerca della verità. Ecologismo profondo, catastrofismo a buon mercato, smaccata volontà di sbandierare il proprio ateismo, evoluzionismo esibito come una sorta di tessera di partito, stanno infatti trasformando la teoresi scientifica, vale a dire la pura e semplice contemplazione della natura, in un tentativo di suggerire alla natura stessa il suo comportamento. Un comportamento - si badi bene - che si mantenga nei limiti del politicamente corretto.
Renzo Morchio, invece, è uno scienziato all’antica, id est, uno scienziato vero e lo si capisce già soltanto a rileggere con attenzione la frase che abbiamo riportato in apertura d’articolo. Dire, in altre parole, che, anche se Galileo fosse morto giovane, prima o poi, le sue scoperte sarebbero state compiute da qualcun altro, è un cogliere nella natura un ordine profondo ed immutabile, che attende l’intelligenza umana per essere decifrato. Ma affermare, poco dopo, che la morte di Dante ci avrebbe, invece, per sempre privati del suo immortale capolavoro, vuol dire anche riconoscere a quelle che un tempo erano chiamate «scienze umane» un proprio statuto ontologico, una natura propria e diversa rispetto al mondo della materia e del divenire. Una qualità non misurabile ma a sua volta capace di misurare.
Morchio, in altri termini, è uno di quegli scienziati - umanisti, di cui la storia della nostra cultura ci fornisce tanti splendidi esempi. Sta dalla parte dell’uomo ma riconosce la necessità per l’uomo di rispettare l’ambiente in cui vive. Sta dalla parte dell’uomo ma percepisce al di sopra della ragione quel mistero, che la ragione - per dirla con Pascal - è chiamata a rispettare, pena il suo stesso offuscamento. Sta in fine dalla parte dell’uomo ma dell’uomo non condivide il senso di onnipotenza scientifica, che lo fa credere signore della vita e della morte.
La sua storia della scienza procede quasi come un romanzo, con approfondimenti monotematici (sulla meccanica, la logica matematica, la teoria cellulare, la geometria, la cosmologia) a cui fanno da collante grandi affreschi di epoche passate. Quando si imbatte nel Medioevo, evita di liquidare il tutto con una neoilluministica alzata di spalle, ma ci parla dell’impetus di Buridano e dell’interesse sperimentale di Ruggero Bacone con lo stupore di chi vede fermentare i primi germi della episteme moderna. Quando si imbatte in Galileo e nei suoi avversari aristotelici, si astiene dall’assumere arie affrante alla Brecht e parla con eguale rispetto dei sostenitori della nuova e della vecchia scienza.
E tutto questo con la competenza e la chiarezza che rende accessibili e comprensibili anche le cose più astruse. Quella competenza e chiarezza che tanti insegnanti di oggi sembra si siano dimenticati in uno dei cassetti della cattedra.
Renzo Morchio, Una biografia della scienza, Mursia, Milano 2005, pag. 506, euro 34,00.