L’uomo che ebbe più coraggio di Gorbaciov

Incontrai per la prima volta Eltsin a Mosca nel 1989, in occasione dei funerali di Sacharov. Ero tra la folla raccolta attorno alla bara dello scienziato diventato simbolo della disperata lotta per la libertà del popolo russo. La cerimonia si svolgeva sulla spianata di un parco periferico ai cui bordi corre, su un alto terrapieno, la ferrovia. Sui volti della gente, nel freddo pungente del tardo pomeriggio si leggevano commozione, ansia e rabbia repressa.
Su un palco improvvisato s’alternavano oratori tra i quali Evtushenko. Tutt’intorno lontani, stazionavano autoblindo e miliziani armati. Il vecchio regime, nonostante Gorbaciov al potere c’era ancora tutto, protervo e occhiuto. Eltsin piombò come un falco, alto sulla folla, visibile già da lontano per la sua chioma bianca. Lo accompagnavano guardie del corpo sgomitanti, io stesso fui «scostato» rudemente, senza complimenti. Camminava svelto, guardando dritto davanti a sé, puntando verso il palco, dove si issò agevolmente senza aiuto.
Nella sua visita a Roma del 1991, incontratolo al Quirinale dove gli fui presentato gli ricordai l’episodio di Mosca. Gli venne tradotto quel che gli dissi: «Sono stato sgomitato duramente dalla sua guardia del corpo». Accompagnai le parole con un mossa delle braccia. Rise, mi batté una mano sulla spalla, l’altra strinse fortemente la mia destra. Congedandomi gli augurai «buona fortuna». Mi ringraziò. Nei suoi occhi vidi un balenio, un’espressione di fortissima volontà, mi rivolse un ultimo sorriso.
Furono due incontri fuggevoli, ma mi parve di potervi cogliere tutto il personaggio, che poi da testimonianze di chi ebbe a incontrarlo con maggiore vicinanza e tempo mi venne confermato. Visto da vicino mi sembrò esattamente come l’uomo coraggioso e impulsivo che apparve quando, da un carro armato, all’ombra del palazzo bianco del Parlamento di Mosca arringò la folla sconfiggendo i neosovietici che avevano tentato il putsch anti-Gorbaciov. Atletico, impetuoso, anche al Quirinale lo vidi muoversi con passo svelto, sicuro di sé.
Si fece anche fama di alcolizzato, com’è noto soprattutto negli ultimi tempi del suo potere. Gorbaciov, che da lui fu salvato, ora dice che fu di certo un grande ma commise molti errori. Certo ne commise, ma uno ancora più grande lo aveva commesso Gorbaciov, che s’illuse di poter modificare il comunismo sovietico.
Eltsin lo sotterrò e avviò la Russia verso la democrazia, per lo meno ci provò. Non c’è ancora democrazia piena e vera in Russia, ma quel poco che c’è la si deve a Eltsin. Lui nella storia ci entra certamente più di Gorbaciov, che fu solo un riformista intenzionale timido e insicuro.
Non era un manovriero, questo è certo, affrontava di petto le situazioni, si capiva che considerava i compromessi pericolosi per quel che egli aveva in testa.
Era sbrigativo, aveva fretta di fare. D’altra parte, va riconosciuto che la storia che stava vivendo da protagonista richiedeva fretta e pochi riguardi. Un impero si stava sbriciolando, era come se il cielo fosse caduto addosso al popolo russo.
La confusione, l’incertezza, l’impotenza e anche una disordinata poliarchia periferica stavano precipitando su 270 milioni di russi. Una situazione sconcertante, a dir poco improvvisa. Una nuova rivoluzione, forse addirittura più sconvolgente di quella del 1917. Liberatoria sì ma difficile da governare. Eltsin ci provò e in parte, riconosciamolo, ci riuscì.
Settant’anni e più di un regime di ferro si erano scomposti quasi in un baleno, una vicenda senza precedenti, con lo spettro di mille problemi sociali ed economici, oltre che politici, un popolo senza più punti di riferimento.
Questo era il mondo tumultuoso in cui apparì la figura di Eltsin nuovo uomo forte del Cremlino, il quale - questa è un’ipotesi - forse puntò alla libertà e alla democrazia perché non aveva alternativa. Comunque, il «corvo bianco» affrontò una sfida davvero colossale, che comportava rischi mortali, con la decisione e il coraggio che non ebbe Gorbaciov. Gli va riconosciuta, nonostante gli errori, una forza interiore che non aveva avuto nessuno prima di lui, quella che non si sa ancora se c’è e come è nel successore che egli stesso, stanco e malato, scelse.