L’uomo che regalò Malizia all’Italia bacchettona

E' morto Salvatore Sampieri: il regista aveva 65 anni. Oltre a quello con Laura Antonelli i suoi film cult sono <em>Grazie zia</em> con la Gastoni e <em>Sturmtruppen</em>

Per il mondo, il 1956 fu l’anno della fine, a Suez, dell’Impero britannico e del rammendo, a Budapest, dell’Impero sovietico. Ma per Salvatore Samperi – morto ieri a Roma sessantacinquenne – fu solo l’anno simbolo di ciò che era piccante e ovviamente proibito, quello dove ambientare Malizia, Peccato veniale e La bonne, girati venti o trent’anni dopo. Proprio come il 1948 di Nené e il 1959 di Liquirizia, il 1956 compendiava un passato formalmente deriso, ma fortemente rimpianto: allora sì che si poteva peccare! Altro che il «liberi tutti», della licenza d’irridere che, dal ’68, rese tutto lecito, dunque tutto banale...

A stuzzicare il pubblico, ma prima di esso ad affascinare Samperi, era il buco della serratura, non ciò che vi si vedeva attraverso. Gratta il progressista e trovi il retrivo... C’era in lui forse una propensione: nato nel 1944, Samperi era arrivato all’adolescenza troppo tardi per l’iniziazione sessuale nei postriboli, soppressi – almeno ufficialmente – nel 1958; e troppo presto per l’erudizione alla svedese, fatta d’educazione sessuale con film come Helga. Aveva così avuto una fiammata contestataria – da emulo del primo Marco Bellocchio – e ne erano derivati il notevole Grazie zia e il velleitario Cuore di mamma. L’attenzione della critica non valeva però quella del pubblico. E venne il compromesso col quale Samperi s’impose, e con lui Laura Antonelli, la bella esule istriana che aveva tentato la via del cinema per un decennio senza fortuna. E anche Christian De Sica cominciò con i film di Samperi (Liquirizia, Un amore in prima classe, Casta e pura) la sua ascesa verso il successo.

Si ripeteva dunque un passaggio non raro: il regista ambizioso diventava regista ambìto. Prima c’era stato, come sfondo dei film di Samperi, il Veneto fine anni Sessanta, di pruriti esasperati dal conformismo e nevrosi connesse alla società abbiente. Ora si andava più indietro, in cerca di sensazioni più forti, di un parco giurassico del desiderio. Samperi – con gli altri sceneggiatori, Ottavio Jemma e Alessandro Parenzol – si proponeva come un «collettivo Brancati» in versione rétro.

Sempre a Samperi dovette la popolarità l’ancor più dimenticato, oggi, Alessandro Momo, cui un incidente stradale impedì di raggiungere l’età che l’Antonelli aveva quando, nel ruolo ancillare, dall’alto di una scale si lasciava sbirciare sotto la sottana. Con Peccato veniale, Samperi tentò subito dopo di trasferire il prurito erotico, sempre impersonato dalla Antonelli, ma puntando sul tradimento del fratello anziché del padre, nella Forte dei Marmi dei milanesi in vacanza: l’epoca restava quella, l’efficacia si stemperava. Dopo un’ampia tregua, nel 1981 la mise infine in sincronia coi tempi: un’Antonelli ormai quarantenne e vergine per esigenza di scena pareva però inattendibile e anacronistica. Quanto all’ultimo episodio del loro sodalizio, Malizia 2000 del 1991, è meglio tacere. Del Samperi più raffinato, che s’ispirava a Umberto Saba per Ernesto, vicenda di gayezza protonovecentesca triestina, il pubblico non si sarebbe quasi accorto, ma il Festival di Berlino avrebbe premiato l’interpretazione di Michele Placido.

A rivedere questo cinema, non viene malinconia, viene tristezza. Grazie a Samperi, l’Italia aveva trovato come porre fine retroattivamente alla rimozione della sessualità dell’epoca di Pio XII. Eppure com’erano stati vigorosi i tassi di natalità italiana fino al 1964. Ma vigeva allora il principio del «si fa, ma non si dice». E poi l’erotismo per definizione non è fertile. Sterile sarebbe infatti diventata l’Italia negli anni d’oro del cinema di Samperi. Poi sarebbe sopraggiunta una stagione ancora più sordida, «celodurista», «velinara», ossessionata dall’irrealtà dei reality, irrigidita dal Viagra e dove ogni classe ha i suoi «caduti nell’adempimento del piacere».