L’uomo della "cricca di Veltroni" è un architetto amico di Scalfari

Desideri, vincitore di un appalto sospetto, è intimo del fondatore di "Repubblica": la testata dove l’ex leader Pd si difende dalle
intercettazioni svelate dal "Giornale"

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - C’è cricca e cricca, sospetto e sospetto, e non tutte le intercettazioni sono uguali. È bastato che il Giornale riportasse le intercettazioni degli imprenditori toscani che lamentano la presunta corsia preferenziale nell’appalto per l’Auditorium di Firenze riservata a Paolo Desideri, definito l’architetto «di Veltroni», a provocare un’alzata di scudi generale. Repubblica raccoglie lo sfogo del fondatore del Pd, che assicura: «Mai esercitato alcun tipo di pressione né su Domenici (l’ex sindaco di Firenze, ndr) né su altri, per qualsivoglia gara o concorso». Domenici concorda e assolve Walter, se stesso e il comune di Firenze, che non gestiva, spiega, la gara d’appalto. La perla è del segretario del Pd, Pierluigi Bersani che chiede di «distinguere le cose rilevanti da quelle meno rilevanti».

Irrilevanti per Bersani, si presume, sarebbero le chiacchiere su Desideri e sulla «cricca romana», gli accenni degli imprenditori Vincenzo Di Nardo e Valerio Carducci, e dell’architetto Marco Casamonti, a una regia «superiore» che avrebbe predeterminato l’assegnazione degli appalti. Regia romana, precisamente. Imprenditori e professionisti fanno riferimento al ruolo di Angelo Balducci e ai suoi rapporti con Rutelli, insinuano che a «pesare» sulla scelta finale, che vede imporsi il progetto di Desideri, sia appunto Veltroni. Di Nardo non usa giri di parole, quando viene intercettato mentre spiega che la «grande opportunità» del parco della musica fiorentino «l’ha gestita tutta la cricca di Veltroni... la banda di romani», e arriva a dirsi preoccupato per l’«era Veltroni» che si prendeva tutto, da Roma a Firenze e a Venezia. Anche Casamonti non prende bene la sconfitta del proprio progetto rispetto a quello di Desideri. E nonostante le ottime referenze del collega che ha vinto, Casamonti ha un’altra idea: «Quell’architetto è di Veltroni, Desideri, l’impresa è di Veltroni e il sindaco Domenici ha preso gli ordini da Veltroni, è una vergogna ma che ci vuoi fare?». Tutto irrilevante, insomma.

Anche alcuni dati incontrovertibili. Come il legame, quello c’è, che unisce Walter a Desideri. Nella Roma veltroniana, il nome dell’architetto torna spesso. Si occupa dei lavori al Palazzo delle Esposizioni, del progetto di due stazioni della metropolitana capitolina. Firma il progetto della nuova stazione ferroviaria Tiburtina, una grande costruzione sopraelevata che fa da ponte tra due quartieri, sovrastando i binari. È così organico che quando su Raitre Report di Milena Gabanelli fa le pulci al nuovo Prg del Campidoglio (che per l’amministrazione di Veltroni era un fiore all’occhiello, sbandierato come successo epocale), criticandone le scelte urbanistiche e parlando di «sacco di Roma», Desideri è tra i professionisti che finiscono messi alla sbarra dal programma. E nel day after di polemiche al calor bianco lui stesso si difende in modo sprezzante: «È spregevole ridurre la lettura di 15 anni della storia urbanistica di Roma delle giunte di sinistra al fatto che la sinistra avrebbe imparato a fare affari. Non è vero. La sinistra ha imparato a fare regole. Le giunte Rutelli e Veltroni hanno il merito di avere varato il nuovo piano regolatore, le regole di questo mercato liberista che è sempre stata la Roma dei palazzinari, esattamente il contrario di quello che si è visto in televisione». Organico, politicamente schierato, pronto a difendere se stesso e, parallelamente, le giunte di sinistra che lo avevano fatto tanto lavorare.

Adesso è toccato a Veltroni ricambiare, minimizzando i dubbi con le dichiarazioni rese ieri a Repubblica. Un caso, forse, ma in fondo anche il quotidiano diretto da Ezio Mauro è a sua volta caro all’architetto, che era di casa da Eugenio Scalfari. In occasione del funerale della moglie del fondatore, Desideri e Marco Magnani, definiti nella cronaca della cerimonia «amici delle figlie», presero la parola ricordando come essere stati accolti in casa Scalfari fosse stato «un grande privilegio che ci ha aiutati a crescere e diventare adulti». C’è poi il blog di un architetto, Giorgio Muratore, che riporta causticamente una lettera al quotidiano firmata da Desideri nella quale l’architetto elogia a più riprese le posizioni espresse da Scalfari in un articolo su cinema e architettura.

Di certo, a paventare l’esistenza di un «apparato» romano, nelle intercettazioni fiorentine, sono in tanti. Per esempio Riccardo Bartoloni, presidente dell’ordine degli architetti a Firenze e ad di una società in cui è stato socio anche l’ex capogruppo del Pd al comune di Firenze, Alberto Formigli. Bartoloni a dicembre 2007, subito dopo l’apertura delle buste, pur elogiando il «razionalismo» di Desideri, azzarda con il collega Andrea Bruschi un’altra lettura del perché quel progetto abbia vinto: «Desideri ora io non è che conosco tantissimo ma insomma è uno che fa roba molto pulita, molto razionalista (...) eh e poi è romano eh! È romano, le giurie a Roma, i romani arrivano sempre davanti eh, non vorrei dirtelo...». D’altra parte Bruschi, il suo interlocutore, lo aveva anticipato in apertura di telefonata, quando Bartoloni sta per comunicargli chi ha vinto: «Il romano! Io lo sapevo di già eeeh (ride, ndr) (…) lo sapevo di già da un paio di giorni», spiegando poi che non sapeva «che aveva vinto», ma di aver appreso dall’ex assessore Biagi che «piaceva quello».

Bruschi poi si augura che il criterio di scelta sia stato solo quello qualitativo: «L’importante è quello... perché se l’ha vinto perché è romano è gravissimo». E Casamonti, architetto «sconfitto», parlando con l’imprenditore Vincenzo Di Nardo, dopo qualche amara e colorita riflessione («in questi casi non so, è meglio prenderlo in c... e stare fermi... perché se ti muovi poi li fai anche godere»), dice che persino Desideri gli avrebbe dato ragione: «Io ieri ho chiamato Desideri che ha vinto .. che è in Mali in vacanza... si è scusato con me... ha detto... “Marco, sai, le cose vanno così”... s’è scusato...».