L’uomo dell’agguato al direttore voleva assassinare il caposcorta

MilanoUna pistola vera, un grilletto premuto per uccidere. Non ci sono tentennamenti o sottovalutazioni nella pista che la Procura di Milano ha imboccato per fare luce su quanto è accaduto giovedì sera, intorno alle 22,40, nell’abitazione milanese di Maurizio Belpietro. Tutto - nel rapporto inviato dalla Digos ai vertici della Procura sulla base del resoconto del caposcorta del giornalista - testimonia la drammaticità dei pochi istanti in cui, dopo avere accompagnato il direttore di Libero fino alla porta di casa, il poliziotto imbocca le scale per raggiungere il resto della pattuglia. «Me lo sono trovato davanti sul giroscala», ha raccontato l’angelo custode del giornalista. Il quarantenne massiccio appostato sul pianerottolo, con il naso marcato e i capelli pettinati col gel, fa fuoco per uccidere. Ma la pallottola non è in canna, il percussore suona a vuoto.
Davanti allo sconosciuto, sulle scale del palazzo di via Monte di Pietà, non c’è un poliziotto qualunque. È un professionista delle scorte che il pericolo in faccia l’ha già visto una volta, e che già per questo è finito sui giornali. Si chiama Alessandro, e nel 1995 era il capo della scorta di Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore Pd, allora procuratore aggiunto: in via Carabelli, sotto la casa di D’Ambrosio, vide un uomo con un fucile appostato nel giardino dell’asilo nido, e non ebbe esitazioni nell’impugnare l’arma d’ordinanza e nel lanciarsi all’inseguimento. Dell’uomo col fucile non si trovò più traccia.
L’altro ieri sera, quindici anni dopo, il poliziotto Alessandro si ritrova davanti al pericolo. E, come l’altra volta, non esita. Estrae l’arma d’ordinanza e fa fuoco tre volte. L’uomo col gel si dà alla fuga, riesce in qualche modo ad abbandonare il palazzo: probabilmente da un cortile interno, scavalcando un muro. Svanisce, lasciando la città alle prese con gli interrogativi angosciosi che un simile episodio porta con sé. E la Procura a fare i conti con la necessità di raccogliere in fretta tutti gli elementi per dare una risposta a questi interrogativi.
Il fascicolo viene assegnato al dipartimento antiterrorismo, e già questo è un segnale preciso sulla gravità che viene attribuito all’episodio. A fine mattinata - dopo un vertice con il capo della Digos Bruno Megale - il procuratore Edmondo Bruti Liberati e il suo vice Armando Spataro annunciano che il fascicolo è nelle mani di due pm di grande esperienza sul fronte della criminalità politica: sono Ferdinando Pomarici e Grazia Pradella, i pm del delitto Calabresi e di piazza Fontana. Il fascicolo d’inchiesta viene aperto per il tentato omicidio nei confronti di Alessandro, il caposcorta. Ma è chiaro che sul tavolo c’è la convinzione che il bersaglio vero fosse Maurizio Belpietro, e che è su questa pista che si deve scavare per capire qualcosa. Accertamenti «tecnici», dunque (ovvero telecamere, impronte, traffico telefonico, etc.) ma anche analisi delle minacce arrivate nei mesi scorsi al direttore di Libero e che avevano portato a confermare la sorta assegnatagli già da anni.
In serata, ambienti investigativi confermano che il racconto messo a rapporto dal caposcorta di Belpietro è considerato privo di smagliature e pienamente attendibile: una precisazione opportuna, a fronte del precedente dell’agguato a Gerardo D’Ambrosio e sulla cui effettiva rilevanza all’epoca erano stati avanzati dubbi (e lo stesso senatore Pd ieri sera ribadisce «non mi accorsi di niente di strano, cosa accadde davvero lo sa solo Alessandro»). Dubbi che stavolta nessuno avanza.