L’uomo dell’anno? Fazio, allevatore di (influenze) suine

Caro Granzotto, è tempo di rendiconti. Furoreggiano le nomine a uomo o donna dell’anno e il suo Angolo non può esimersi dallo stare al gioco. Circoscrivendo le candidature a personaggi italiani, a chi secondo lei andrebbe l’ambito titolo?
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Troppo facile, gentile lettrice, nemmeno mi ci metto. Uno che è riuscito a fronteggiare la più micidiale e volgare aggressione mediatico/giudiziaria che la storia dell’umanità ricordi lasciando i suoi nemici con un pugno di mosche, altro che titolo di uomo dell’anno, merita. Ma siccome a noi piacciono le cose difficili sa cosa facciamo? Rispolveriamo un autorevole guiderdone, assai più in carattere con lo spirito dell’Angolo e degli angolesi: il Premio Patacca Sahaf. Il quale, lo ricordo ai lettori disattenti, si rifà all’indimenticato ministro dell’Informazione di Saddam Hussein, quel Mohammed Saeed al-Sahaf che, mentre i marines erano già a Baghdad, spudoratamente affermava che il nemico era stato ributtato in mare dalla eroica Guardia Repubblicana. Premio bipartisan e bicipite, gentile lettrice, perché noi non si fa sconti, nossignore. Cominciamo dal Patacca Sahaf in partibus fidelis, assegnato senza pensarci su al sottosegretario alla Sanità egr. prof. Ferruccio Fazio. E ciò per aver abboccato come un luccio alla panzana, messa in giro da quei fanfaroni dell’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, della pandemia di gripa puerca, l’influenza suina o maiala che sia. E una volta all’amo, per aver lanciato l’allarme salvo poi dire che non bisognava allarmarsi, ma pur sempre stare in campana, però senza esagerare, ma non tanto da abbassare la guardia. A lui vada dunque il Premio Patacca Sahaf per aver drammatizzato e sdrammatizzato a ogni due per tre la portata della cosiddetta pandemia, creando un bordello che sembrava d’esser tornati ai tempi della Bindi. E, sopra tutto, per aver acquistato (coi soldi nostri, di noi contribuenti) qualche decina di milioni di vaccini pur non sapendo o non avendo capito se fossero utili o no (buona la seconda: son serviti solo a far passare un eccellente Natale alle case farmaceutiche). L’impressione che l’andamento peristaltico delle sue dichiarazioni sia da addebitare a una smodata ricerca della «visibilità mediatica», alla fascinazione da microfoni e telecamere, viene assunta come attenuante generica, ciò che gli evita il serto d’alloro facendolo dunque un Patacca Sahaf di seconda classe.
Quanto alla partibus infidelium, nessuna esitazione: Barbara Spinelli maritata Padoa-Schioppa. Autrice di esorbitanti lenzuolate sulla Stampa di Torino, ella si distinse per aver accostato la figura di Silvio Berlusconi a quella di Adolf Hitler, ma questo è niente. Ha avuto stomaco e faccia tosta di scrivere: «Senza Marco Travaglio, ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta facendo in questi anni. Molti lo sanno: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Alcuni non lo sanno ancora: se vogliono una lampada, cominceranno a leggerlo presto». A parte l’italiano zoppicante (è esule a Parigi dove frequenta Antonio Tabucchi, c’è da capirla), a parte ’sto fatto della lampada e l’ammissione che in Asia e Oceania, isole comprese, Travaglio non è nessuno, affermando che costui ti sta squarciando, zàcchete e zàcchete, il buio della storia, ella fa sfoggio della più squisita sahaffiana baldanza accompagnata dal sonno della ragione, dallo sbarellamento intellettuale al limite della incapacità d’intendere e di volere. Per questi motivi le è assegnato il Premio Patacca Sahaf di prima classe, con serto d’alloro, fronde di quercia e trombone d’oro.