L’uomo mantello e cappuccio per uscire dal buio della crisi

«Ci possono togliere i soldi ma non i sogni» dicono Domenico Dolce e Stefano Gabbana poco prima di far sfilare la loro collezione uomo del prossimo inverno. La prima uscita è una mantella con cappuccio, rifacimento contemporaneo della cosiddetta «tistera» che i siciliani usavano per andare in campagna sul mulo. I due stilisti raccontano di essersi ispirati al cartamodello originale fatto negli anni Quaranta da Saverio Dolce, padre di Domenico, valente sarto in quel di Polizzi Generosa, lo stesso paese nel Parco delle Madonie da cui emigrarono i nonni di Martin Scorsese.
A quel punto ti viene in mente che in Sicilia le mantelle venivano chiamate anche «cummagghia miserii», letteralmente «copri-miseria» e non capisci perché i due stilisti abbiano parlato di sogni e di questa terribile crisi che secondo loro supereremo perché noi italiani abbiamo un cuore e quando lo buttiamo oltre l'ostacolo siamo imbattibili. Il messaggio arriva forte e chiaro con l'ultima uscita: 70 cappotti di una bellezza senza confini, autentici capolavori sartoriali che vanno dal pastrano di foggia militare interamente coperto da ricami talari al classico doppiopetto nero con collo e interni di astrakan. Con questa bella sfilata Dolce&Gabbana invitano a sognare un futuro che affonda le sue radici nel passato e ne riscopre stagione dopo stagione l'inossidabile modernità. Dopo la mantella nera ne appare una decorata con gli stessi preziosissimi ricami d'altare che a un certo punto compaiono perfino sugli accessori: dalle scarpe alla coppola passando per i calzettoni di lana, talmente preziosi da giustificare quella difficile lunghezza dei pantaloni alla zuava. Lane cotte, bollite, stropicciate insieme con il filo dorato dei ricami apparentemente ossidato dal tempo, permettono di costruire un guardaroba maschile ad alto tasso di concretezza per poi arrivare a quei magnifici paltò che rappresentano idealmente l'uscita dalla povertà. Ecco quindi perché ci piace pensare che questa prima giornata di sfilate maschili a Milano sia una risposta elegante e garbata a chi ritiene l'Italia un Paese di serie B.
Dello stesso segno più che positivo la straordinaria collezione di Roberto Cavalli. A disegnarla da qualche stagione è il figlio Daniele che non la sa descrivere a parole per timidezza o forse paura, ma senza dubbio nella costruzione dei capi e dei decori ha la stessa energia creativa del suo vulcanico padre. Così mentre lui tenta di spiegare che la sua fonte d'ispirazione è una fiaba intitolata The charmer (l'incantatore) scritta da un amico d'infanzia (Alex Herbert Postiglione) in cui si parla di figure accarezzate dal vento e di animali come la tigre, il coccodrillo, gli uccelli e le piume, sgattaioliamo nel backstage ad ammirare i capi da vicino. Anche qui c'è una mantella con l'inconfondibile motivo tigre trasformato in texture nel cashmere nero e blu copiativo. Lo stesso supremo esercizio di stile si ritrova nel giubbotto in pelle nera matelassè oppure sulle impunture a rilievo del cappotto di velluto blu. Una variante ricamata con la tecnica «cornelly» dei burnus marocchini diventa qualcosa di squisitamente opulento, da divo del rock. Mentre innumerevoli piume d'uccello stampate su giacche, camicie, calzoni e sciarpe svolazzanti fanno davvero pensare al vento che tutto confonde tranne un'idea di mondo molto precisa. Quando in passerella compare lo smoking con la squama del pitone trasformata in ricamo sui reverse si capisce che l'uomo Cavalli ha subito un'evoluzione, non una rivoluzione perché sa rimanere sotto il segno dell'alto artigianato italiano. Certo questo eclettico signore non ha molto da spartire con la raggelante bellezza del killer di Wall Street immaginato dal bravissimo Raf Simons per Jil Sander. In pelle dal mattino alla sera, con le più scure fumature di ardesia, grigio e nero, questa divina creatura di sesso maschile sulle spalle ha una specie di marinaretta decorata da un disegno infantile e in mano tiene un sacchetto di cuoio identico a quelli che in carta ti dà il panettiere. Sono gli unici segni per così dire di umanità in un'immagine che ridisegna le categorie del classico stile da business man.
Per fortuna c'è Zegna con il suo magnifico uomo che passa dall'ufficio alla montagna senza soluzione di continuità e ti fa pure pensare alla moderna versione di George Lazenby, protagonista di Agente 007 al servizio segreto di sua maestà girato a Gstaad nel 1969. Il cosiddetto «spazzolino», tessuto caldo e peloso un tempo usato solo per i cappotti, compare perfino sullo smoking e sulle cravatte. Tutto è caldo, comodo, avvolgente, lussuoso ma con quella fantastica concretezza che fa di Zegna un'azienda simbolo del Bel Paese.