Ma l’uomo in più (purtroppo) oggi è Gattuso

Il buon Mario Santagostini non mi querelerà per diffamazione se rivelo che è juventino. Ma, se non fossi convinto che l’ha fatto apposta, dovrei io, un milanista auto-prepensionatosi, querelarlo per aver scritto un articolo dotto e profondo sui numeri 10 del calcio senza citare il «suo» Platini. Lui sì, Michel le roi, aveva tutte le caratteristiche che Santagostini attribuisce, giustamente, al ruolo-fuori ruolo della (cito) «mezzala sinistra».
Aristocratico, unico, fisicamente normale, irritante, amorale, persino comico: trovatemi non dico un altro «10», ma un altro calciatore quale che sia in grado di racchiudere tutte queste qualità (perché anche l’amoralità, detto per inciso, nel calcio è una qualità, essendo il calcio un gioco e non uno sport, e in qualsiasi gioco, da che mondo è mondo, si bara). Non era, è vero, mancino, il Platini dell’amico Mario. D’altra parte non lo furono né lo sono i vari Rivera, Cruijff, Zidane, Totti da lui citati. Lo era invece, e all’ennesima potenza, Maradona, di fronte al quale ancor oggi, evidentemente, molti «gobbi» come Santagostini subiscono quella «cosa» che loro ben conoscono per altri motivi: la «sudditanza psicologica»... Santagostini ricorda piccato il gol fatto con la mano (sinistra, naturalmente) da Diego Armando all’Inghilterra ai Mondiali dell’86. E poi afferma che il gol seguente, «quello che dicono essere il più grande gol di tutti i tempi» è in realtà un’autorete. È vero che si tratta di un’autorete, ma dirlo non è un atto di giustizia, bensì una vendetta tecnologica che non farebbe onore a un amante del calcio come Santagostini.
Da un ventennio, diciamo dall’anno 1 d.S. (cioè dopo Sacchi) quando si parla di numeri 10 nel calcio finisce sempre allo stesso modo: occhi lucidi per tutti. Non è uno slogan berlusconiano, ma il maledetto reducismo che attanaglia chiunque abbia trascorso infanzia, adolescenza e giovinezza rincorrendo un pallone ovunque capitasse, compresi corridoi scolastici e balconi. Ma, cari calciofili «over 40», è giunta l’ora di gettare i fazzoletti e di guardare in faccia la realtà.
Che è questa: oggi tutti sono numeri 10. Lo sono tutti per il semplice motivo che non lo è più nessuno. Quelli che si ostinano a essere ciò che sono, cioè un «10» d’antan, tipo Riquelme o tipo Recoba (e lo dico con sprezzo del pericolo, avendo un direttore torinista), restano condannati o a scaldare la panchina per motivi tattici, o a scaldare il lettino del fisioterapista a causa delle caviglie perennemente gonfie. Poche storie: Ronaldinho è ridotto a fare l’esterno sinistro nel tridente del Barcellona, Totti si adatta a centravanti in una Roma di stampo vagamente francese, Pirlo si è riciclato da anni in forma di «volante» all’argentina davanti a Kaladze e Nesta per un Milan che santifica le serate di gala ma non i pomeriggi festivi. Se, nel calcio pragmatico e piatto di oggi, per «10» si continua a intendere l’uomo in più, colui che decide le partite, e dunque scudetti, Coppe dei Campioni etc, allora il «10», oggi, è Gattuso, è Cambiasso, è Ambrosini, è De Rossi, è un Essien o un Donadel qualsiasi. Medianacci, dirà il nostalgico. Medianacci, certo, ma senza i quali Kakà chiederebbe la bombola dell’ossigeno al 15’ del primo tempo, a Ibrahimovic verrebbe l’esaurimento nervoso e Totti se ne starebbe direttamente a casa con Ilary (e nessuno avrebbe il coraggio di dargli torto).
«Il calcio è la metafora della vita», si dice. Oltre che della vita, anche della Natura in senso lato, che di tutte le nostre vite dispone da sempre a piacimento. Ora, se si estinguono le aquile reali e i panda, mentre zanzare e scarafaggi stanno benissimo, è forse colpa di Cristiano Zanetti o di Mark van Bommel?
Caro Mario, io che piangevo quando Rivera sbagliava un passaggio, te lo dico a malincuore. Quando, fra vent’anni, il «tuo» Nocerino avrà smesso di giocare, tu, poeta con la barba bianca e la testa piena di troppi bei ricordi, vedrai, con l’occhio della memoria, nelle sue entrate da espulsione qualcosa di poetico. È la vita, purtroppo.