L’uomo Preziosi nella valigetta fantasma

Dodici pagine intere e due righe. «Ma non fu un... gioco» è il capitolo più lungo del libro. Dedicato allo scandalo di Genoa-Venezia, ai processi, alla retrocessione in C, agli incidenti. Pagine che ricostruiscono quella storiaccia molto bene e, pur nella necessità di sintesi, con precisione e tanti particolari. Ma con un (quasi) inevitabile errore. Sì, la valigetta. La letteratura giornalistica ha ormai preso per buona quell’immagine inventata da un collega della Rai e così Preziosi è condannato a restare l’«uomo della valigetta». Quella con i 250mila euro per Pino Pagliara era una busta della società Genoa e conteneva anche il famoso contratto di Maldonado poi ritenuto da tutti i giudici una semplice «copertura» della combine.
Ma il libro di Celi e Catania traccia anche e soprattutto un profilo di Enrico Preziosi, l’imprenditore, il self made man, il «foresto» che a Genova non riesce neppure a farsi offrire un caffé, uno degli «anonimi immigrati che, con le pezze al culo, salivano su un treno della speranza verso il Nord». Entrato in questo capitolo per la porta sbagliata, quella del cofano dell’auto di Pagliara fermata dai carabinieri, Preziosi ne esce come uomo. Con tutti i suoi tanti pregi e i suoi tanti difetti. Il suo ritratto è quello di un imprenditore di successo «che ragionava in questi termini: se crei un’industria, anche se hai un buon prodotto, impieghi decenni per diventare davvero popolare, ma se riesci a portare in Italia un nuovo Maradona, o a ingranare con una squadra di calcio, in quanto a exploit d’immagine è tutta un’altra storia». E così «per Enrico Preziosi il calcio era diventato adrenalina, marketing, intuito, affare, immagine, insomma tutto». Un ritratto che lascia aperta la porta a tutto quello che può succedere per «azzeccarla nel calcio». E che ha portato alle condanne in sede sportiva e ordinaria. Sempre riportate come cronaca, sempre senza un giudizio, neppure - per correttezza - a proposito dei clamorosi gialli di un processo... poco sportivo.
L’unica considerazione, doverosa, gli autori se la concedono in conclusione di capitolo. «Quesito di molti a posteriori: ma quando nel 2006 sarebbe scoppiata Calciopoli, perché il “metodo Genoa”, relativo anche alla celerità dell’iter della giustizia sportiva, non venne esteso anche a Juventus, Fiorentina, Lazio e a tutti gli altri club coinvolti?» Inevitabilmente, manca sempre la risposta.