L’uomo si rimette il frac per vestirsi di nuovo potere

Il blu choc di Donatella Versace che sfila in Borsa: «È qui il fascino»

Daniela Fedi

da Milano

Visto che il potere - come dice Andreotti - logora chi non ce l’ha, gli stilisti corrono subito ai ripari proponendo agli uomini un guardaroba che profuma di regalità. Lo si è visto ieri, prima giornata di sfilate a Milano Moda Uomo, con le superbe collezioni per il prossimo inverno presentate da Dolce&Gabbana, Versace, Burberry e Costume National. Ermanno Scervino, designer toscano in costante e meritatissima ascesa, ha invece puntato sulla potenza espressiva dell’essere anche senza apparire magistralmente riassunta in capi come l’eskimo scaldato da un montone di cashmere oppure il cappotto doppiopetto in un nuovo materiale tecnico che sembra il classico faille della couture. Da lui per la prima volta il loden non sa di Austria, ma è un ricamo di rara maestria. Sul fronte dei materiali hanno scritto pagine notevoli anche Massimo Calestrini per Shirò con i suoi capi in coccodrillo di 150 anni (75mila Euro un blazer) e Brioni con la sua giacca da sera in oro a 24 carati. Comunque su tutte le passerelle si respirava un’aria positiva, come se il peggio fosse passato lasciando nell’anima una consapevole serenità.
A questo dicono di essersi ispirati Domenico Dolce & Stefano Gabbana per progettare una moda che dal punto di vista sartoriale merita davvero la corona imperiale. I pantaloni a 2 o 4 pince, le giacche a marsina, i grandi giacconi e soprattutto il frac riveduto e corretto, davano un’immagine di virile decisionismo che non ha certo bisogno di sconfinare nei territori del macho vecchia maniera. Qualcosa di nobile, dunque, un’istintiva attitudine al comando che in certi punti della sfilata faceva pensare a Napoleone, in altri agli indimenticabili protagonisti dello splendido romanzo «Le braci» di Sandor Marai. Bellissimo il quadro finale con cinque imperatori in giacca ricamata da alta uniforme intorno al trono sullo sfondo della scritta «New Power» sormontata da corona.
Più sbrigativa ma altrettanto efficace la decisione presa da Donatella Versace che ha sfilato in Borsa «perché - spiega - è un luogo di potere». Essendo donna e giustamente fiera di esserlo, la stilista non prende neanche in considerazione quel tipo d’uomo che dice di non dover chiedere mai, ma si preoccupa d’interpretare in chiave moderna l’idea eroica della bellezza maschile lanciata dalla griffe fin dai suoi esordi. Nasce così la nuova linea a Y data da spalle importanti anche se non imbottite, sopra bellissimi pantaloni stretti sulle gambe, anatomici senza parere. Il tutto viene poi scandito da un uso perfetto del colore a cominciare dal blu in ogni variazione sul tema di questa tinta che lo studioso Michel Pastoreau definisce «tipica del terzo millennio» nel saggio «Blu - Storia di un colore» (Ed. Ponte alle Grazie, 213 pagg. 25 Euro). «Non se ne può più dell’abito nero» sostiene Donatella prima di mandare in passerella i suoi modelli con superbe giacche da sera verde petrolio, viola ametista, blu copiativo, blu notte o nell’elettrica sfumatura di un computer acceso. «Blacker than black, ovvero più nero del nero» conclude la designer citando inconsapevolmente una frase del Duca di Windsor, uno degli uomini più eleganti che si siano mai visti al mondo.
A lui si è ispirato Christopher Bailey per la strepitosa collezione Burberry. «Nel 2006 celebriamo 150 anni di storia così ho fatto un gran lavoro d’archivio per rielaborare i punti di forza della griffe» ha detto lo stilista. Il risultato era fenomenale: dal trench che diventa cappotto al classico Montgomery passando per il gessato con tanto di gilet, lo spolverino matelassé da equitazione e una serie di smoking più che perfetti, tutto aveva il sapore della grande tradizione sartoriale inglese in salsa contemporanea. La stessa cosa si può dire della bella collezione di Ennio Capasa per Costume National sostituendo «inglese» con «italiano». Anche qui si è rivisto il frac e tutti i suoi dintorni (la camicia con lo sparato, la cravatta bianca e l’alta fascia in vita) ma in una versione più romantica che intellettuale: lontana dal giovane Werther pur essendo molto vicina all’eleganza asciutta dei vari Byron, Shelley, Baudelaire e Rimbaud a cui s’ispira da sempre l’estetica visuale del rock.