L’urlo di Contrada «Mi vogliono morto Non ne posso più»

Lo sfogo dell’ex funzionario del Sisde ricoverato in ospedale circondato da carabinieri: «Mi umiliano fino alla fine. Perché si accaniscono così?»

nostro inviato a S. Maria Capua Vetere
Il funzionario dello Stato, condannato a lenta eutanasia dal suo datore di lavoro, urla come un ossesso al di là della porta a vetri. Grida strozzate, rabbiose, sincopate. Urla che a metà mattinata rimbombano nei corridoi del secondo piano dell’ospedale Melorio di Santa Maria Capua Vetere, nosocomio civile meno noto del «militare» dove solitamente alberga Bruno Contrada, lo sbirro condannato per mafia senza lo straccio di una prova e solo grazie alle favole di pentiti da batteria. Contrada grida all’indirizzo di chi ancora lo sottopone a umiliazioni e vessazioni, incurante del suo stato di salute, drammatico, certificato da insigni luminari a cui però non crede il magistrato di sorveglianza che si ostina a negargli ogni richiesta di detenzione domiciliare.
Parole stanche, che in quegli interminabili secondi rallentano e si aggomitolano senza più carica. «Non ne posso più, basta, basta, basta. Ma che altri esami mi dovete fare? Non lo vedete come sto? Guardatemi in faccia, dottore mi osservi bene, guardi qui, e qui, e qui. Controlli la cartella, gli ultimi esami: per caso il giudice pensa che io stia bluffando? Ma perché ce l’ha tanto con me? Che altro vuole? Perché si accanisce così? Finiamola per carità. Ieri (l'altro ieri, ndr) ho sperato davvero che fosse la volta buona per lasciare definitivamente questa terra. E invece no, non era giunto ancora il mio momento. Ciononostante ancora controlli su controlli per capire se Contrada sta davvero male. È una follia, lo capisce dottore? Se qualcuno vuole la mia morte, che almeno mi risparmi la mortificazione di turno. Lasciate fare al decorso del tempo e alle malattie che avanzano implacabili. Riportatemi in cella, qui non ci voglio stare… ».
Afono, spento anche nell'anima, il volto scavato dall'ischemia e infilzato da spilli di barba bianca che con più evidenza danno risalto agli occhi cerchiati, violacei, inumiditi da lacrime che non riescono a scendere giù: la prima immagine di Contrada smagrito, sfinito, accasciato sul letto come un moribondo pelle e ossa, all'avvocato Giuseppe Lipera ricorda d’impatto quella di Bobby Sands, il martire cattolico dell’Ira lasciatosi morire per non darla vinta a Sua maestà. Quando entra nella stanza, come Sands, Contrada è circondato da militari. In alta uniforme, sono tutti per lui. «Vede avvocato? Anche questo. Ben quattro carabinieri a fare la guardia, giorno e notte, notte e giorno, a un metro da me. Non è colpa loro, poveretti, ma di qualcun altro che evidentemente teme che io possa scappare. Che tristezza. Che pena. In queste condizioni scapperei dalla finestra? Non bastava avermi ammanettato per fare una tac, adesso mi piantonano pure intorno al materasso. Un affronto dopo l'altro, avvocato. Perché? Perché? Perché... ?». Il difensore del superpoliziotto fa buon viso a un gioco che si fa sempre più cattivo sulla pelle di Contrada. Lipera tranquillizza l'assistito, lo rassicura come può, quindi si apparta per scambiare due parole con un medico che scongiura un immediato rientro in cella, checché ne dica il condannato. In corridoio, circondata da sanitari che esprimono solidarietà al fratello, c’è Anna, la sorella che al tribunale ha richiesto per Bruno l'eutanasia. Solo un bacio, un abbraccio stretto al fratello che stenta a riconoscere. «Basta così Anna, ora vai, sennò poi me lo contano come un colloquio, e ne ho solo quattro al mese». È l'unico sorriso della mattinata. Contrada torna subito uggioso. «Tanto scalpore per la richiesta d'eutanasia quando sono anni che mi stanno uccidendo lentamente. Non ne sapevo nulla di questa domanda di Anna, poverina, è disperata come tutti. Mi raccomando, però, tranquillizzatevi. State vicini a mia moglie Adriana…». E ancora. «In quest'ultimo periodo, caro avvocato, ci si sono messi d'impegno ma nonostante gli acciacchi e l'avvilimento io sono ancora qui. Da quando sono arrivato a Santa Maria Capua Vetere mi hanno diagnosticato una ventina di patologie, gravissime e anche quelle meno gravi nel frattempo sono diventate gravi anch’esse. Le chiedo: ma un detenuto malato, per uscire di prigione, deve aspettare di finire dentro una cassa di legno? Sono mesi che chiedo di morire a casa, ne ho diritto, lo Stato che ho servito lealmente per decenni me lo deve. Lo dica, avvocato Lipera. Lo dica in giro che non chiedo la pietà di nessuno e che il mio unico fine è quello di morire sereno». Il tono di voce va calando, ma la rabbia sale come il diabete e la pressione che lo tormentano: «Non c’è bisogno dell'eutanasia - sussurra Contrada mentre barcolla per le vertigini nel tentativo di spostarsi dal letto al separé - morirò presto e così farò contento chi si accanisce su di me. Chissà che allora, finalmente, non ci si renda conto di come si devono trattare gli uomini, colpevoli o innocenti che siano, ancorché detenuti. E dico questo con sofferenza, perché lei sa quanto rispetto, nonostante tutto, nutro ancora per la nostra magistratura».
Dalla valigetta 24 ore l'avvocato Lipera estrae l'istanza di ricusazione del giudice che ogni volta dice di no. Contrada legge a fatica, si fa sintetizzare i concetti. Legge e rilegge, alla fine acconsente. Senza troppe illusioni. «È vero, avvocato. È proprio vero "il palese pregiudizio" sin qui mostrato da chi dovrebbe quantomeno soffermarsi a soppesare bene le diagnosi di medici, pubblici e privati, civili e militari, che ribadiscono la mia assoluta incompatibilità col regime carcerario. Se alla fine decide sempre e solo un giudice, che senso ha fare esami e controesami? Dico male, avvocato mio? Sbaglio? No, me lo dica se sbaglio perché qui prima di crepare c'è da uscirci matti».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it