L’«Urlo» di Delbono allo Studio un viaggio all’interno dell’uomo

Il corpo dell’attore si fa scena: voce e musica si fondono in un tutt’uno alla ricerca dell’infinito

Miriam D’Ambrosio

«Uno spettacolo è sempre un viaggio che serve più a vivere che a capire. È crescita. È parlare dell'essere umano, sempre. Io mi metto in testa un tema, una suggestione, penso a come svilupparla e ci vuole almeno un anno perché il mio lavoro fatto di immagini, sogni, pittura, prenda forma».
Pippo Delbono racconta come nasce ogni suo spettacolo, dall'osservazione dell'uomo, dei suoi istinti più meschini e della sua bellezza.
Anche Urlo, che ha debuttato un paio d'anni fa al Festival di Avignone, è nato così: dalla riflessione sul potere, macro o micro che sia, politico o religioso, «malattia dell'essere umano che assottiglia ancora di più il confine tra cattivi e buoni», vuote categorie.
È al Teatro Studio che Urlo chiude, per il momento, due anni di ininterrotto viaggio per l'Europa. Delbono arriva a Milano con la sua storica compagnia ultraventennale e con due inedite presenze, quella di Umberto Orsini e di Giovanna Marini.
«Quello con Umberto Orsini è stato un incontro affettivo - dice - è una persona con un grande spirito di ricerca. Giovanna e Umberto sono due maestri che hanno deciso di condividere con me questa esperienza. Orsini viene da cinquant'anni di teatro borghese, Marini da cinquant'anni di musica popolare, Bobò da cinquant'anni di manicomio, e sono insieme in scena da due anni, un lungo viaggio che riprenderemo».
Condivisione, corpo d'attore che si fa scena, voce e musica che si fanno corpo profano e sacro insieme.
«I frammenti, che compongono il testo dello spettacolo, sono ispirati ai Sonetti e al Riccardo II di Shakespeare, all'Enrico IV di Pirandello, alla poesia di Ginsberg, alla Ballata del carcere di Reading di Wilde - spiega Delbono - sono un omaggio a questi autori, maestri che ti porti dietro, che non ti trasmettono le regole ma l'atteggiamento verso le cose. Oggi avere dei maestri, non è facile».
Urlo vede in scena ventidue attori (Pippo compreso) accompagnati dalle musiche create dalla Banda della Scuola di Musica Popolare del Testaccio e dal Gruppo di Sessa Aurunca «che canta il Miserere, note sacre che sottolineano i movimenti e le parole delle figure pittoriche dei prelati - racconta - io vengo da una famiglia cattolica e so che attraverso certe costrizioni si cerca comunque la libertà, l'affetto, il bisogno d'amore. Ma quando vedo che la religione vuole diventare morale, politica, vuole punire il peccato e definirlo, allora credo che il medioevo non sia finito. L'integralismo spaventa, la spiritualità è un'altra cosa. Il Dio del controllo sociale e morale, è un Dio che comanda e perciò è un Dio povero».
L'Urlo di Pippo da Varazze è un urlo di nascita, di dolore, di follia che si nasconde, difficile da dichiarare, ammantata di normalità. È l'urlo di quelli che qualcuno ha chiamato «clochard celesti», di chi è stato proclamato malato di mente su carta, di chi scelse la strada come casa, o fu costretto a sceglierla.