L’urlo della vittoria

Un urlo, quasi liberatorio, che ha ricordato quello dei Mondiali dopo
il gol in finale alla Francia. Materazzi è costretto a tirare due
volte il rigore che ha cucito
quello che si può definire il tricolore del campo

Marcello Di Dio - Stefano Tesi

Siena - Un urlo, quasi liberatorio, che ha ricordato quello dei Mondiali dopo il gol in finale alla Francia. Marco Materazzi è costretto a tirare due volte - per la fiscalità dell'arbitro Ayroldi - il rigore che ha cucito quello che si può definire il tricolore del campo. «Uno scudetto indiscutibile, come quello dell'anno scorso», la frase che il difensore concede ai taccuini nel giorno della festa. Prima, al fischio di chiusura mentre l'Inter già esultava sotto la curva dei tifosi nerazzurri, non aveva risparmiato un altro po’ di veleno. «In questo momento penso soprattutto alla mia famiglia e a mia moglie. È troppo facile parlare ora a vittoria ottenuta: sorrisi, pacche sulle spalle, complimenti. Ma io non dimentico il passato». La grinta di SuperMarco si vede anche a bocce ferme. Non è un caso che la doppietta del quindicesimo titolo porti la sua firma. Gli otto gol stagionali (tre nelle ultime due partite) non sono il suo record personale, ma sono comunque il segno del suo grande campionato. Durante il quale è anche cresciuto a livello disciplinare. Insomma, per lui, il completamento di un ciclo iniziato con la vittoria mondiale.
E se i gol di Materazzi a Siena hanno messo il sigillo su uno scudetto mai in discussione, quelli di Ibrahimovic hanno trascinato l'Inter nei pochi momenti difficili della stagione. Lo svedese risulta uno dei giocatori più vincenti del campionato italiano, anche se Calciopoli ha cancellato i due titoli conquistati con la Juventus. «Ma io di scudetti ne ho vinti cinque, due in Olanda con l'Ajax, e tre in Italia - dice l'attaccante dell'Inter -. A me non hanno tolto un bel niente, dove vado voglio vincere. E ovunque sono stato, ho vinto. Vincere è sempre bello - continua Ibra mentre viene innaffiato dai compagni di squadra in festa - ma con l'Inter forse era più difficile. Juventus e Ajax vincono spesso, mentre il club nerazzurro non lo faceva da tanto tempo».
Nella festa dello spogliatoio, guarda di traverso un compagno che gli lancia un asciugamano mentre parla con le telecamere. «Tanto Ibra in questa squadra? Io direi tanta Inter, abbiamo fatto tanti record. Sono contento di aver contribuito allo scudetto. Prima o seconda punta non cambia, quest'anno all'Inter ho giocato come facevo nella Juve, cioè in libertà, e ho segnato quindici gol. Per essere il primo anno in una nuova squadra non c'è male». Ora a scudetto conquistato, potrà pensare al guaio fisico, la pubalgia, che lo ha tormentato soprattutto nelle ultime settimane. «Mi opererò subito - annuncia Ibra -, ero d'accordo con la società che l'avrei fatto non appena avessimo vinto il titolo. E non importa se salterò la finale di Coppa Italia con la Roma». A chi gli chiede se Mancini abbia ragione a parlare di pregiudizi sull'Inter, lui fa finta di non capire. E corre al pullman per continuare i cori insieme ai compagni di squadra.
L'emozione di Javier Zanetti è palpabile. Lui è stato il primo acquisto dell'era Moratti e dal 1995 ha giurato fedeltà alla maglia nerazzurra. Il capitano ha vissuto tutti i momenti poco lieti, compreso quel 5 maggio finalmente cancellato. «Ho sempre detto che questa è la mia seconda casa e lo ripeto adesso che sto vivendo un'emozione immensa. Questo momento lo aspettavo da tantissimo tempo, un pensiero va a mia moglie Paula e a mia figlia Sonia». E nell’ora del trionfo non può dimenticare chi ha fatto la storia dell'Inter. «Il titolo va dedicato a tutta la famiglia interista, a cominciare da Giacinto Facchetti, l'avvocato Prisco e Benito Lorenzi che è mancato da poco. Questa è la vittoria del carattere e di un gruppo unito, il cui solo scopo è vincere. E non è vero che ci sono stati contrasti tra argentini e brasiliani come spesso è stato detto».
Le luci delle telecamere non si spengono mai, la giornata senese sembra infinita. Anche per chi come Julio Cesar ha già vinto un trofeo di prestigio con la Seleçao. «Ma uno scudetto in Italia vale più della Coppa America», dice con il sorriso il portiere a lungo meno battuto della serie A. Parla e gli fanno vedere le immagini della festa in piazza Duomo, lui si emoziona: «Non vedo l'ora di essere a Milano. Perché una cosa è indossare il tricolore sulla maglia, una cosa è vincerlo sul campo». Stankovic abbraccia chiunque gli capiti a tiro, il suo secondo scudetto dopo quello vinto con la Lazio, e con Mancini ancora in campo, ha un sapore più dolce: «Avevo sofferto moltissimo mercoledì, eravamo più tranquilli e concentrati, con la Roma c'era troppa tensione. È stato lo scudetto delle emozioni». Tra l'orgoglio di Cruz «per essere stato tra i titolari di questa partita» e la falsa rivincita di Cambiasso «sull'esperienza del Real», succede anche, elisir della festa scudetto, un miracolo: Burdisso prima infortunato e costretto a seguire l'ultima mezz'ora in panchina, rinasce in maniera sorprendente. L’argentino è fra i più scatenati nella bolgia dello spogliatoio. «Chi non salta rossonero è», urla. Stavolta i campioni sono nell'altra metà della Milano calcistica.