L’uscita di Caltagirone da una banca che avrà un governo «cooperativo»

Le incognite sulla futura «governance» e l’attesa per il progetto industriale

da Milano

Se la vicenda Bnl, come sembra ben probabile stando ai numeri, decreterà la vittoria del fronte italiano, quasi certamente si assisterà all’ennesima battaglia giudiziaria. Gli spagnoli del Bilbao, che sulla questione italiana cominciano ad avere qualche problema di equilibrio «politico» al loro interno, sembrano decisi a rivolgersi alle autorità giudiziarie e-o amministrative. Con il rischio di un nuovo doppio binario (come in Antonveneta) che nulla ha a che vedere con il mercato.
Comunque vada la disputa ha preso una strada ben diversa da quella che si poteva immaginare. E se andrà a finire come sembra, Francesco Gaetano Caltagirone, l’imprenditore che per primo puntò (due anni fa) a sparigliare le carte Bnl, venderà il suo 5% (con plusvalenza milionaria) e chiuderà la partita. Nell’assetto che si profila, con un peso predominante di coop e Unipol, non sembrano esserci le condizioni per una governance che soddisfi anche un socio privato come Caltagirone. Né a lui interessava una presidenza di mera presenza.
Diverso sarebbe stato l’accordo mancato per un soffio con la Pop Verona, che prevedeva un tandem di governance equilibrato tra un imprenditore e un socio istituzionale. Anche le ipotesi circolate dopo l’assemblea di Bnl avrebbero potuto andare bene, con un mix dato da una forte banca straniera (Bnp Paribas o Deutsche Bank), un’assicurazione (la stessa Unipol) e un privato. Una Unipol che gioca invece il ruolo del driver diventa oggettivamente ingombrante. Anche perché il modello industriale che verrà adottato per Bnl sarà, forse già da oggi, la nuova incognita per il mercato.