L’utilità di Fini? Sfatare la leggenda della «terzietà»

Caro Granzotto, sono rimasto esterrefatto leggendo gli articoli di Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti sulle manovre finiane per costituire un Comitato di liberazione (da Berlusconi) nazionale. Possiamo eleggere Gianfranco il re dei voltagabbana, proprio lui che quando era missino era il più attivo, me lo ricordo bene, nel denunciare i tantissimi fascisti che, caduto il fascismo, voltarono la gabbana andando a ingrossare le file della sinistra. Gente così non sa nemmeno dove stia di casa, la dignità.
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Questo è sicuro, caro Mattei. Uno può anche cambiare idea e innamorarsi di Antonio Di Pietro, ma avrebbe il dovere morale di dimettersi dal Pdl. E, se intende fare politica, se intende scendere in campo con l’ambizione di guidare il brancaleonico Cln, lasciare la carica di presidente della Camera. L’unica cosa di buono che sta facendo Fini è smentire, irridendola, una leggenda metropolitana che per qualche decennio ha tenuto banco e cioè la terzietà, il ruolo di super partes delle alte istituzioni, presidente della Repubblica, presidenti di Camera e Senato, magistratura e Corte costituzionale, come disposto dalla nostra Carta. Risultò subito evidente che così non sarebbe mai stato, anche se almeno nei primi tempi le alte cariche cercarono di mostrarsi al di sopra della mischia, a certi magistrati non era ancora venuto l’uzzolo di sostituirsi alla politica nel ruolo di giustiziere e la Consulta era chiamata a deliberare su eccezioni importanti sì, ma non concernenti l’azione dell’esecutivo. Poi, come è noto, le cose degenerarono e la «Costituzione più bella del mondo» (Copyright Oscar Luigi Scalfaro) prese a mostrare le proprie falle e a disvelare le proprie ipocrisie. Da allora, il così detto impianto costituzionale divenne strumento delle lotte di potere e siccome a trarne i maggiori vantaggi è stata ed è la più spregiudicata sinistra, per i «sinceri democratici» la Costituzione così com’è è diventata un totem o, come dice Camillo Langone con felice metafora, il Vitello di carta che fa il paio col Vitello d’oro: va adorata e guai a toccarla, guai a proporne anche solo lievi riforme.
Mai, però, si era giunti a una così sfacciata strumentalizzazione di un ruolo istituzionale - terza carica dello Stato! - come quella che vede protagonista Gianfranco Fini. D’accordo, dimenticando di essere il presidente di tutti gli italiani e non solo di quelli che votano a sinistra, Oscar Luigi Scalfaro procedette al ribaltone, però anche se in una democrazia «normale» a un gesto del genere sarebbe seguito l’impeachment, egli si fece forte dei poteri che la Costituzione gli attribuiva. Fece il furbo, ma esibendo le pezze d’appoggio. Fini no. Tutto impettito e azzimato, Fini tromboneggia (in questo egli è molto oscarluigiscalfariano, convinto com’è che il suo alto valore morale abbia bisogno d’esser sostenuto da una costante gravità di comportamento), tromboneggia, dicevo, e lancia siluri a Berlusconi dallo scranno di presidente della Camera. Ruolo che gli consente di far rispettare i regolamenti, di concordare l’ordine dei lavori, di dare e togliere la parola, di scampanellare e proclamare l’esito delle votazioni in aula. Nei tempi morti può anche concordare con lo chef del sontuoso alloggio presidenziale il menu del giorno o con la guardarobiera la mise da indossare per il prossimo taglio del nastro e mi raccomando la cravatta rosa, ma non certo provarsi a rovesciare un governo tramando con l’opposizione. Che poi è tutta fatica sprecata: pieno di sé com’è, l’omarino nemmeno s’immagina che, ammesso e non concesso andasse in porto il suo golpe, i Bersani, i Di Pietro e perfino i Casini che è tutto dire ne farebbero un sol boccone. Gnam gnam.