L’utopia del lavoro fisso, per tutti e subito

Arturo Gismondi

Michele Salvati si premura di avvertirci che quando si parla della sinistra massimalista non bisogna pensare alla «visione gauchista e romantica che solitamente si associa» a certe posizioni politiche. Si tratta invece di partiti di tipo statalista, collegati a sindacati potenti, a corporazioni rocciose nella difesa di interessi estesi e ben tutelati. In chi parla da tempo di una sinistra conservatrice, e magari un po’ reazionaria, le parole di Salvati suonano come un riconoscimento tardivo. In Francia Nicolas Sarkozy ha mosso una sorta di guerra culturale alla sopravvivenza di una cultura del ’68 contraddistinta dalla ambiguità di un «ribellismo conservatore» paralizzante per la società transalpina. Il Salvati mette anche a confronto l’attivismo e la capacità di mobilitazione dei massimalisti con la timidezza, e l'afasia, quasi il timore di una componente riformistica che ne subisce l’iniziativa e l’egemonia sui temi sociali.
L’ostilità tutta ideologica del massimalismo politico e sindacale si concentra oggi soprattutto contro la riforma del governo Berlusconi nel campo del lavoro con le prime misure di flessibilità previste dalla legge Biagi. Si tratta forse della riforma più importante dell’altra legislatura che, sul piano meramente statistico, ha consentito di avviare a una prima occupazione, per ora precaria, centinaia di migliaia di giovani consentendo loro le prime esperienze professionali, questo essendo il loro problema vitale.
La lotta al precariato avviata dai partiti della sinistra estrema, e confortata dopo la manifestazione del 4 novembre a Roma, quella dei sottosegretari in piazza, dagli impegni assunti dal governo traduce in politica una utopia. È quella del lavoro fisso, subito e per tutti, irragionevole se non altro per i processi tecnologici che ovunque, nell’industria o nei servizi, consentono di ridurre di molto l’impiego di manodopera. Il risultato di questo irrigidimento del mercato del lavoro, se portato a termine, è quello di dar vita a una minoranza di lavoratori garantiti, l’esercito di un sindacato sempre più forte, attorniata da vaste aree di disoccupazione senza speranza. Il lavoro esaltato demagogicamente come diritto affidato allo Stato anziché come conquista, come acquisizione, la esclusione dalla cultura, dalla scuola, dalla vita civile del concetto del merito nella vita dei giovani non può che aprire la strada a una società senza sviluppo della quale saranno i giovani le prime vittime.
Da giovane sentivo esaltare la società sovietica nella quale non c’era disoccupazione, c’era poco da spartire, ma quel poco era per tutti, un mondo giusto di uguali. Più tardi in Urss sentii dire: «Loro fanno finta di pagarci, noi di lavorare». Quella società non crollò perché qualcuno le mosse guerra, crollò il giorno in cui diventò impossibile garantire anche il poco, il pochissimo se non a tutti ai più. È una situazione lontana, irripetibile, lo sanno forse anche quelli che si dicono impegnati nella rifondazione del comunismo. Colpisce, però, la tenacia di una logica che esclude il merito, l’iniziativa, l’individuo come soggetto del futuro per affidarsi allo Stato, al partito, al sindacato, all’utopia comunque formulata di una rivoluzione eterna levatrice della Storia. Dimenticando che i parti sono finiti tutti male.
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