Löw versione esorcista: cancellare Pirlo e la storia

Varsavia Hanno un nervo scoperto, la tradizione, la maledetta tradizione che toglie loro qualche sicurezza, e un rivale da segnalare subito, Pirlo. I tedeschi son fatti così: dinanzi alla golosa occasione di riscrivere la storia del loro calcio e di sconfiggere un fastidiosissimo tabù, tradiscono qualche ansia di troppo. «Non vediamo l’ora di giocare, non vediamo l’ora di cambiare il corso della storia» ripete ossessivo Joachim Löw, 52 anni, maglioncino nero girocollo che accredita quei pettegolezzi smentiti pubblicamente dall’interessato («sono 23 anni che sto con mia moglie!» la frase).
E Schweinsteiger che gli tiene bordone è ancora più risoluto. «L’unica cosa che conta è la semifinale non le precedenti partite, c’è rispetto non paura per l’Italia, abbiamo battuto l’Argentina, il Brasile, l’Olanda, è venuto il momento di regolare il conto anche con gli italiani» la sua convinzione che non è di facciata. È invece l’effetto virtuoso di una rivoluzione culturale cominciata nel 2002, passata attraverso la delusione terribile patita nel mondiale domestico del 2006: gli stadi rifatti e costruiti nuovi di zecca hanno fatto la loro parte, poi hanno aggiunto la cura dei vivai e infine hanno trasferito, col contributo dei club portabandiera, il Bayern in testa, nei giocatori la nuova filosofia di gioco. A completare il piccolo capolavoro, il metodo d’allenamento importato dagli Usa. «Per caso lei lavora per quell’azienda?» la domanda di Löw rivolta al giornalista americano che chiede spiegazioni sul dettaglio non proprio insignificante. Il nervo scoperto è questa filastrocca di sconfitte che parte da Messico ’70 («ero un bambino, non ho ricordi, ricordo meglio quella del 2006» la confessione del ct col maglioncino nero) e si conclude, per ora, a Dortmund 2006: i tedeschi vogliono incenerirla stasera qui a Varsavia nello stadio municipale. «Conta la tradizione? Nein, nein» ripete secco Löw quando gliela rimettono sotto gli occhi.
Dietro il nervo scoperto, c’è, inconfondibile, la sagoma di Andrea Pirlo che comincia ad avere estimatori anche da queste parti e passa per il pericolo pubblico numero dei tedeschi. Pirlo viene vivisezionato, elogiato con un trasporto che può trasformarsi in una feroce marcatura tra qualche ora. «Pirlo non è solo un top player, è quello che dà i tempi di gioco all’Italia» commenta il ct. «Io lo amo molto, anche se ha 33-34 anni, è stato assolutamente fantastico, uno spettacolo» è l’omaggio di Schweinsteiger che non si perita di nascondere la sua idea pazza, «lo porterei al Bayern» ammette prima di declinare l’attenzione che gli sarà riservata, «dovremo pressarlo, essere molto aggressivi».
E si capisce la musica che la Germania vuole suonare in semifinale: mettere alla frusta l’Italia, asfissiare Pirlo, e provare a mettere a nudo la limitata autonomia fisica degli azzurri. «Non dobbiamo concentrarci sull’avversario, dobbiamo pensare a svolgere il nostro gioco» spiega bene il ct che non vuole nemmeno concedere alibi a Prandelli e ai suoi. «Ho visto l’Italia dominare contro l’Inghilterra soprattutto nel secondo tempo, segno che è una squadra bella fresca, quattro giorni sono sufficienti per recuperare le energie, poi tireranno fuori il carattere» ed è questa l’unica occasione in cui da tedesco rischia di trasformarsi in napoletano, troppo furbo per risultare autentico, credibile. Comunque vada a finire, c’è un risultato acquisito dal calcio italiano e da Prandelli. «La sua Italia non si difende solo ma gioca al calcio e bene» il riconoscimento pubblico che può diventare una medaglietta da portare a casa. Specie se a Kiev dovessero trasferirsi i tedeschi domenica sera. «Ce lo meritiamo» ripete ossessivo Low. Che dal 2008 insegue un trionfo, solo sfiorato.