«La7 è il mio paradiso ma l’inferno mi attrae»

«Markette va fin troppo bene. Ho rinnovato il contratto per due anni. Raitre mi ha abbandonato»

Laura Rio

Piero Chiambretti, si accomodi lei per una volta sulla poltroncina rossa di Markette dove mette sulla graticola i suoi ospiti...
«Avanti. Sono seduto, tanto in piedi sono alto uguale».
Ormai sono due anni che se ne sta rifugiato a La7. Non la vuole nessun altro o è una scelta?
«La7 non è un rifugio, semmai un paradiso. E devo ringraziare l’ex direttore Rai Flavio Cattaneo - che poi se ne è andato con la buona uscita e anche la bona uscita (Sabrina Ferilli) - di avermelo fatto trovare. Lui mi ha costretto a lasciare viale Mazzini e a inventarmi una seconda giovinezza creativa».
In sostanza, lei è un «martire» a metà...
«Mai sentito un martire. Quando sono venuto a La7 l’editore e il direttore mi hanno accolto a braccia aperte e detto “benvenuto a bordo e fai quello che sai fare”. Che si può volere di più?».
Per esempio, stare su una rete dove si è visti da milioni di persone...
«Be’, mi sembra che di ascolti ne facciamo parecchi. Markette ha una media del 4,6 per cento, il doppio dello share della rete. E nei sei mesi di programmazione ci hanno seguito complessivamente 16-17 milioni di persone».
Fin troppi ascolti... Il direttore de La7 Antonio Campo Dall’Orto dice sempre che i numeri non sono importanti... non è che lo share di Markette comincia a dar fastidio?
«Si sa che la nostra rete vive in un tritacarne televisivo e non può più di tanto allargare il suo spettro di orizzonte, però resta sempre il settimo canale italiano terrestre. E poi è bene che non sembriamo troppo bravi perché altrimenti La7 si trasformerebbe in un villaggio Valtur, dove vogliono venire tutti».
Giammai contaminare l’«isola felice» di Chiambretti, Lerner e Ferrara...
«Finché si può. Si sa, il mercato televisivo è quello che è, viene spartito tra due grandi poli. Si pensava che La7 non si mettesse più in moto e invece eccoci qui».
In caso di vittoria del centrosinistra la Rai le riaprirà le porte...
«Se tornassi, mi vorrei portare dietro Emilio Fede, come prigioniero di guerra. Scherzi a parte, ho appena rinnovato un contratto che mi lega alla tv di Tronchetti Provera per altri due anni».
Quindi lei non attende la nuova Rai come i magi la stella cometa?
«Non sono i dirigenti di destra o sinistra a fare una tv di qualità, ma i professionisti veri, al di là del loro colore, che crescono in azienda. La tv non la devono dirigere quelli che vengono dalle Poste, dalla luce o dalle ferrovie».
Anche nella Rai ulivista ci furono momenti infernali...
«Infatti, con il gruppo dei professori ho avuto periodi belli e altri brutti. Ho lavorato a Raidue negli ultimi tempi di Freccero. Invece Raitre, rete di cui sono uno dei padri storici, non si è fatta più viva».
Il direttore Paolo Ruffini l’ha mai cercata?
«Mai. Non so neppure che faccia abbia. Poteva farsi sentire almeno una volta visto che, nonostante si nasconda dietro lo stelo della Margherita, è riuscito a dare spazio a tanti reduci».
Forse perché a Raitre preferiscono Fabio Fazio...
«Non vedo nessun punto di contatto tra il mio modo di fare tv e il suo. Io ho qualche anno di vita, e dunque di esperienza, in più... La base del mio lavoro è che le domande devono essere più belle delle risposte, del suo non so... ».
Ma perché non lo sopporta?
«Lasciamo perdere».
Intanto sabato scorso è riuscito a riapparire su Raiuno nella serata dell’Oscar tv dove Markette è stato premiato tra i dieci migliori programma del 2005. Accetterebbe di condurre Affari tuoi nella prossima stagione, visto che Pupo lo farà solo per una parte dell’anno?
«Mi sentirei a disagio».
Veniamo a Markette. È un inno al gaysmo e al lesbismo. Lei da che parte sta?
«Con la mia fidanzata Ingrid, da quattro anni. In realtà, il mio show vuole sdoganare i linguaggi e superare i luoghi comuni. La tv non può essere meglio della realtà, anzi la tv non è altro che lo specchio rotto della realtà».
Nel suo show stigmatizza, appunto, le markette. Però lei si fa intervistare sulla Stampa e parla dei suoi ristoranti di Torino...
«Ma lì ho solo risposto a una domanda in un’intervista di una serie dedicata alla città. I miei ristoranti vanno così bene che non hanno bisogno di pubblicità».
A fine maggio compie 50 anni. Continuerà per i prossimi 50 a giocare al monello?
«L’immagine del rompipalle, guastatore, diavoletto è una croce che mi porto sulle spalle. È stata certamente la mia fortuna, ma ora vorrei che si notasse la mia crescita».
Non dica che si darà al cinema... La sua prima prova Ogni lasciato è perso è stata una catastrofe...
«Nella vita, dopo i 40, si fa un film o un figlio. Purtroppo ho scelto la prima strada... ma quello non era il film che volevo fare io... in corso d’opera è cambiato tutto».
Allora il figlio verrà per i suoi 50 anni...
«Nel film L’uomo che amava le donne di Truffaut c’è una scena in cui una babysitter suona alla porta e domanda: “Dov’è il bambino?” e un signore risponde: “Eccomi, sono io”. Appunto, sono io».