Un laboratorio per clonare bancomat

Stefano Vladovich

Tre clochard morti in pochi mesi nella cascina dell’orrore. Il primo, l’anno passato, di stenti; il secondo, l’estate scorsa, per un malore; l’ultimo, l’altra sera, per un incendio appiccato da un fornelletto a gas. Il casolare abbandonato nella campagna di Dragoncello, Acilia, ha fatto un’altra vittima. Origine polacca, 40 anni, l’uomo viveva nella vecchia struttura di via Maria Theodoli assieme ad altri connazionali. Sono stati loro a telefonare al 112 quando hanno capito che per il compagno c’era ben poco da fare.
Il rogo, divampato su un materasso al piano terra della struttura, ha fatto esplodere la bombola di butano (di quelle da campeggio). Un boato assordante che ha provocato il crollo del solaio. Il poveretto, centrato dai calcinacci e probabilmente privo di sensi per la deflagrazione, è rimasto a terra e le fiamme lo hanno divorato in pochi secondi. Gli amici fuggiti a gambe levate al suono delle sirene. «Probabilmente clandestini - spiega il capitano dei carabinieri Saverio Spoto, della compagnia Ostia -, avranno avuto paura di un controllo e quando siamo arrivati sul posto erano svaniti nel nulla. Aspettiamo i risultati dell’autopsia per stabilire esattamente le cause della morte, difficile sarà identificarlo, un senza casa dei tanti che vivono dove capita».
Assurda coincidenza: mentre avveniva la tragedia di Acilia, nella Capitale la Croce Rossa stava organizzando la settimanale cena di solidarietà per i poveri e gli homeless. Un problema, la povertà, che non trova soluzione. Precedenti? A decine. A luglio muore carbonizzato in una baracca sulle rive del lago di Bracciano, a Trevignano, un polacco di 43 anni. L’uomo, che vive solo nel capanno, trascorre la serata in compagnia di una coppia di connazionali con i quali beve vino e birra. Nell’abitazione, a dir poco fatiscente, presa in affitto da un italiano per 250 euro al mese, manca tutto. A cominciare dall’energia elettrica. E così una candela si rovescia a terra scatenando l’inferno. Precedenti a non finire sul litorale: Piotr viene trovato ancora seduto su una sedia all’interno della pineta di via Mar Rosso, a Ostia. È il primo a morire assiderato nell’inverno 2001. Stesso scenario, un anno e mezzo prima, per uno straniero dell’Est di 30 anni. A pochi passi da lì, sempre nella pineta confinante con lo stradone parallelo al viale dei Promontori, altro straniero senza fissa dimora muore congelato. All’Infernetto perde la vita il «pirata», 62 anni, rinvenuto cadavere nella sua roulotte in via Cles. Stessa fine per Eugenio Consorti, un clochard di 71 anni passato a miglior vita sulla scogliera di Fiumicino. Avvolto in una coperta, a vegliarlo solo i suoi randagini. Prima di lui era toccato a «Tavernello», stroncato da un malore alla fermata dell’autobus in via degli Orti. Dati inquietanti: oltre 90 (fonte Caritas) i barboni del litorale, almeno 1.400 in tutta Roma. E i centri di prima accoglienza sono insufficienti. Naufragato, almeno in parte, il progetto del ricovero dei poveri sbandierato dalle giunte capitoline, quanto il potenziamento dei posti letto della capitale (dai 700 a 1.00 in programma per il Giubileo).