Il laboratorio dei moderati

«Cominciamo da Milano»: è il mantra con cui i ds, proponendo un giorno sì e l'altro pure di creare qui l'embrione del partito democratico, cercano di esorcizzare la crisi che affligge il centrosinistra milanese da una quindicina d'anni. Quattro sconfitte consecutive da quando c'è l'elezione diretta del sindaco. «Cominciamo da Milano - si ripetono l'un l'altro - anche per venire a capo di questa benedetta questione settentrionale che evidentemente ci sfugge». Dal loro punto di vista l'idea ha un senso: quello di una grande svolta per aggiornare la proposta politica, rinfrescare l'immagine, rinnovare i gruppi dirigenti. Proprio per questo, però, Milano sembra anche il posto migliore per mettere mano alla formazione del partito unitario dei moderati. Se non qui, dove? Dove se non nella città di Berlusconi, nella città natale di Forza Italia, nella città che dal 1994 dà regolarmente al centrodestra la vittoria in ogni competizione elettorale?
A Milano la collaborazione fra i partiti della Casa delle libertà è stata migliore che altrove. Certo, i contrasti e perfino le liti non sono mancati, è inevitabile in una coalizione. Ma alla fine, talvolta faticosamente, sono sempre stati superati nell'interesse della città. I rapporti nel centrodestra milanese, insomma, sono una buona premessa per sedersi intorno a un tavolo e parlare di un futuro partito dei moderati. Per poi magari - se a quel tavolo si trova un'intesa di massima - mettere mano ad un'operazione ancora più impegnativa, come la formazione di un unico gruppo in Consiglio comunale (nel quale siede anche Silvio Berlusconi).
Un processo di questo tipo avrebbe anche un forte valore di democrazia reale e di partecipazione: la nuova formazione unitaria dei moderati nascerebbe, infatti, grazie a iniziative concrete «dal basso». A maggior ragione se si svolgesse parallelamente alla nascita del partito democratico «milanese». Se un fatto del genere avvenisse a Milano, è evidente che subito assumerebbe una valenza nazionale, e la nostra città ancora una volta indicherebbe al Paese la strada dell'innovazione politica, come fa - nel bene e nel male - da quasi tre secoli.