Laburisti umiliati, Brown resta ma ormai è un leader dimezzato

A salvare il Premier è la mancanza di alternative nel partito. Primi scontri interni sulle privatizzazioni

da Londra

E adesso Gordon? È questa la domanda del giorno per il premier laburista britannico all'indomani della sconfitta più bruciante degli ultimi quarant'anni. I risultati definitivi di queste sorprendenti elezioni amministrative sono giunti verso la mezzanotte di venerdì, in enorme ritardo rispetto alle previsioni. Il faccione stanco e amareggiato del primo ministro sbattuto fin dal pomeriggio su tutti i telegiornali del Regno, la sua torva ammissione («i risultati finora sono pessimi») hanno confermato però con largo anticipo la tendenza emersa durante la giornata. Le cifre esatte sono devastanti per il partito di Brown, 331 seggi persi, entusiasmanti per i conservatori di Cameron che ne hanno guadagnati 256.
Il Labour in caduta libera ha perso perfino alcune delle circoscrizioni storiche dell'Inghilterra: è il caso di Reading, dalla quale i Tories erano stati banditi dal 1986. Il voto di ieri ha ridisegnato la mappa politica del Paese e ora nel Sud i laburisti praticamente non sono rappresentati in modo significativo.
Brown si è cosparso il capo di cenere e ha promesso che imparerà la lezione, ma adesso tutti si chiedono quali saranno le sue prossime mosse. E soprattutto, saranno le sue o quelle di un altro mandato a sostituirlo? La seconda risposta è facile, l'hanno già ribadito un po' tutti all'interno del suo partito: Brown resta al comando. Non tanto perché sia il più bravo, ma perché nessuno ha voglia in questo periodo di mettersi al suo posto. Impresa troppo ardua e troppo rischiosa la riconquista di un elettorato che aveva iniziato a disamorarsi già ai tempi del predecessore Blair, re della comunicazione.
Quindi Gordon rimane, ma sotto osservazione, come fanno sapere analisti ed esponenti delle diverse fronde laburiste. Pare ad esempio che quella più a sinistra abbia già dato al premier sei mesi di tempo per cambiare la situazione, riallacciando i contatti con la gente comune. Rivelava ieri l'editorialista politico del quotidiano Independent che John McDonnell, portavoce del Campaign Group, ha già messo al corrente gli alleati più stretti delle sue intenzioni. Nessuno intende chiedere un nuovo leader, ma un cambio netto di strategia politica, quello è necessario. I tempi però stringono e a mister Brown rimangono soltanto sei mesi prima della prossima conferenza annuale laburista per dimostrare ai colleghi di essere in grado portare alle prossime politiche un partito ancora capace di vincere. Il primo ministro ha già ammesso alcuni clamorosi errori soprattutto in materia di politica fiscale, ma ora più che mai saranno determinanti le scelte concrete che farà la sua amministrazione, già sotto pressione a causa delle frizioni interne tra l'ala modernista blairiana e quella della sinistra. Quest’ultima insiste per un'inversione di marcia soprattutto per quanto riguarda le politiche di privatizzazione di servizi pubblici come gli ambulatori dei medici di famiglia o la loro riduzione come nel caso della chiusura di migliaia di uffici postali.
Pare che Brown sia già pronto a contrattaccare la settimana prossima annunciando un rinnovato programma di governo che preveda tra l'altro dei contributi a favore di chi acquista una prima casa. Certo è che in una sua eventuale rimonta prima delle prossime elezioni avrà un ruolo determinante la capacità di recupero della crisi economica apertasi nel Paese e di cui Brown non porta certamente l'intera responsabilità. Ma sarà lui a dover trovare delle risposte efficaci. Il problema principale però è che - come faceva candidamente notare ieri il Daily Telegraph - Brown non è Blair. E il Labour di oggi non è più quella grande famiglia unita che li trasformò in vicini di casa a Downing Street.