Lacrime di coccodrillo

In visita a Napoli, il Presidente della Repubblica ha reso omaggio alla figura e alla memoria di Giovanni Leone: ricordandone l’apporto ai lavori per la Carta costituzionale e lodandone «la correttezza e il senso di responsabilità verso le istituzioni». Il riconoscimento di Napolitano, un uomo che viene dal partito comunista, s’aggiunge così a quello a lui tributato otto anni or sono dall’allora presidente del Senato Nicola Mancino. Alla luce di questa riabilitazione - tardiva ma importante - acquista particolare e struggente significato il messaggio agli italiani con cui Giovanni Leone, abbandonato dai partiti - compreso il suo - e tormentato dai pettegolezzi si dimise dalla carica.
«Se oggi mi sono deciso a compiere questo passo - disse - è perché ritengo assolutamente preminente su quello personale l’interesse delle istituzioni. Infatti finché le insinuazioni, i dubbi, le accuse hanno formato oggetto di attacchi giornalistici, non suffragati da alcuna circostanza, ho potuto far pesare sulla bilancia la necessità di non drammatizzare, imponendomi un riserbo che mi è stato rimproverato come silenzio, che mi è costato amarezza e che corrisponde forse a tempi sorpassati. Ma nel momento in cui la campagna diffamatoria sembra aver intaccato la fiducia delle forze politiche, la mia scelta non poteva essere che questa. Credo tuttavia che oggi abbia il dovere di dirvi, e voi, come cittadini, abbiate il diritto di essere rassicurati, che per sei anni e mezzo avete avuto come Presidente della Repubblica un uomo onesto».
L’affaire Lockheed - ossia lo scandalo di mazzette pagate dalla potente industria americana per commesse di aerei, scandalo nel quale si pretendeva fosse coinvolto Leone - s’era intrecciato nel finale convulso del settennato con la tragedia di Aldo Moro. Il 16 marzo del 1978 il leader democristiano era stato sequestrato, il primo maggio aveva preso avvio il processo Lockheed, il 9 maggio era stato ritrovato il corpo di Moro, il 18 giugno Leone lasciava. Accadde così che un personaggio molto criticato - e molto sottovalutato - per un certo piglio vernacolo, da commedia dell’arte, che ne offuscava i talenti giuridici e costituzionali, si trovasse immerso in prima persona nella tenebra del terrorismo. Avrebbe voluto accogliere alcune richieste dei brigatisti, ma prevalse la linea della fermezza. E proprio lui, maestro nel non avere nemici, s’accorse alla resa dei conti d’avere tutti contro.
Come notabile della Dc Leone aveva una collocazione particolare. Non guidava una sua corrente, non sgomitava per avere incarichi. Gli piovevano addosso quando c’era bisogno d’un mediatore, o d’un traghettatore. Gli venivano affidati i cosiddetti «governi balneari», pause di riflessione estive utilizzate dalla Dc in vista d’una scadenza istituzionale o elettorale. Era della pasta d’un Rumor, purché sostituiate alla sommessa bonomia veneta l’esuberante bonomia partenopea. Presidente della Camera per parecchi anni, vi s’era distinto per la lucidità procedurale e per il tratto confidenziale. Ma nemmeno lui poteva sottrarsi alle faide che imperversavano all’interno dello scudo crociato.
Nelle presidenziali del dicembre 1964 toccò proprio a lui d’essere il candidato ufficiale della Dc, impareggiabile nel far fuori i designati. Leone esordì il 16 dicembre con una buona dote di 319 voti contro i 18 di Fanfani e i 140 di Saragat. Ma poi andò di bene in peggio. Al quattordicesimo scrutinio toccò i 406 voti, ma fu il massimo. Finché la sera del 28 dicembre, Giuseppe Saragat diventò presidente con 646 voti su 927 votanti. La commedia - o la farsa - si ripeté sette anni dopo, nel dicembre del 1971, e Giovanni Leone fu ancora - con maggior fortuna - protagonista. Il candidato ufficiale della Dc era Amintore Fanfani, il «motorino del secolo», e anche a lui l’investitura portò male. Dalle travagliate votazioni uscì trionfatore Leone, proclamato Capo dello Stato la vigilia di Natale con 518 voti. Nenni ne raccolse 418.
Socialisti e comunisti sostennero che a Leone erano serviti i voti missini essendogli mancata una sessantina di voti democristiani. Con il che fu dato l’avvio a una contestazione di sinistra che avrebbe preso slancio in tempi successivi, e che sarebbe stata alimentata dal libro in cui Camilla Cederna - moralista grintosa e altezzosa - attribuì ai Leone alcuni difetti veri e atti di malcostume inventati o non provati. Un fatto è certo: la stagione in cui la corruzione dominò alla grande il Palazzo italiano venne dopo. Leone, professionista affermato, non intascò nulla che non gli spettasse. Non sempre i suoi atteggiamenti erano consoni, per giovialità e macchiettismo, all’altezza della carica. L’ho notato anch’io seguendolo, come giornalista, in un viaggio di Stato nell’Unione Sovietica. Forse cedette troppo alle esigenze della famiglia, i suoi «monelli», i tre figli, incorsero in qualche sbavatura comportamentale. Ma il crucifige! urlato da una sinistra foraggiata dall’Urss e da una Dc «progressista» alimentata a metano nei confronti d’un galantuomo suonava ipocrita e crudele insieme.
Il colpo di grazia alla presidenza Leone fu dato dalla direzione del Pci, convocata il mattino del 15 giugno 1978. Quando Berlinguer prese la parola si capì che la sorte di Leone era segnata. Il senatore Bufalini fu incaricato di preavvertire Leone dell’imminenza d’un comunicato «che era una condanna per ragioni di opportunità che prescindono dalle accuse». La Dc non fece quadrato attorno al Presidente. Mollato dai comunisti e per vischiosità anche dai socialisti. «Potevo minacciare le dimissioni?» si è chiesto retoricamente Andreotti. E altrettanto retoricamente si è risposto che non sarebbe servito a nulla. Così Giovanni Leone uscì di scena, congedato senza attestati di benemerenza: rilasciatigli adesso, a consolazione non di lui che non c’è più, ma dei monelli.