Lacrime e cori da curva per l’addio al Dj

Migliaia di tifosi da tutta Europa ai funerali del giovane ucciso ad Arezzo. Insulti alla polizia

da Roma

Vola Gabbo, spinto di mano in mano dentro la chiesa in mattoncini di San Pio X, e volano le sciarpe sulla sua bara di legno chiaro. Vola pure qualche slogan che fa male, «boia chi molla» e «polizia bastarda», ma sono subito zittiti dal resto della piazza e dalle parole di don Paolo Tammi, diffuse dagli altoparlanti. Agli ultrà, il parroco della Balduina chiede «di fermare la violenza». Ma, aggiunge, «domandiamo giustizia e verità alle istituzioni e le domandiamo presto perchè il perdono potrà arrivare solo dopo. Qualcuno adesso ci deve spiegare perchè Gabriele è morto. Non per vendetta, ma per aiutarci a placare gli animi».
Dentro, ci sono Veltroni, tutta la Lazio squadra Primavera compresa, Abete, Spalletti, Conti, Totti che abbraccia i genitori del ragazzo, gli amici della musica, i compagni di trasferta, i parenti, il quartiere. E fiori, tanti fiori, di tutti i colori: venticinque corone, duecento cuscini compreso quello di Antonello Venditti, quattrocento mazzi. Fuori, sul sagrato, un vero caleidoscopio umano e sociale. Le facce pulite, quasi da bambino dei ragazzi dei Parioli e dei Prati, e le facce un po’ così degli ultrà arrivati da tutta Italia. Fa una certa impressione vederli tutti insieme, mischiati, romanisti con laziali, atalantini con milanisti, catanesi con interisti. Ci sono pure le delegazioni spagnole: quelli del Valencia, i blaugrana del Barcellona, in duri della Curva Sur madrilista. Tutti fratelli oggi, tutti sulla stessa barca, tranne forse i tifosi della Fiorentina. «Sono stati gli unici a non fare casino», spiegano.
Occhi umidi, teste chine, tensione, un silenzio irreale. Fin dalle nove del mattino piazza della Balduina è loro, Nessuna divisa, nessun poliziotto in vista, l’unico segno dell’autorità pubblica è quel nastro giallo che i vigili urbani hanno srotolato per chiudere il parcheggio centrale. Ai piedi della scalinata, la cancellata è un altare al tifo calcistico, tappezzato delle sciarpe di una trentina di squadre diverse. e poi cartelli, altri fiori, striscioni: «Gabriele, uno di noi», «da oggi sarai un angelo nel cielo», «una luce che brilla il doppio dura la metà».
E Gabriele arriva a mezzogiorno, tra gli applausi. In chiesa, dove fece la sua prima comunione, don Paolo ricorda senza fare troppi fronzoli che «non serve solo la giustizia di Dio ma anche quella terrena». Parole aspre: «Cosa avesse fatto Gabriele per non vivere più non lo abbiamo ancora capito. Un ragazzo della Balduina non c’è più, è un dolore forte, lancinante, e non c’è ragione al mondo che lo spieghi. Non si poteva evitare tutto ciò?». Parla anche del «malessere, così diffuso tra i ragazzi e così poco ascoltato dagli adulti» e che spesso «genera violenza». È un brutto periodo, dice: «Questo è il momento della rabbia, ma piano piano il dolore si trasformerà in speranza. Le istituzioni però devono fare la loro parte». Un amico di Gabbo si rivolge a Veltroni: «Speriamo, vero sindaco?». E lui: «Stavolta sì». Poi tocca a Cristian parlare di suo fratello: «Con questo omicidio non è stata spezzata solo la sua vita, ma quella di una famiglia intera. D’ora in avanti, Gabriele, abbiamo un solo compito da portare a termine, renderti la giustizia che meriti».
All’uscita battimani, qualche saluto romano, qualche slogan. Poi tutto viene soffocato dall’Inno di Mameli. La madre di Gabbo canta invece la canzone della Lazio. All’una, il momento tanto temuto. Duemila ultrà se ne vanno in corteo, scendono sotto la pioggia da Monte Mario verso il quartiere Prati, passano davanti al tribunale di piazzale Clodio e raggiungono lo stadio Olimpico. Fanno un giro sotto la curva nord, poi sfilano di fronte alla sede del Coni sul Lungotevere, quella che domenica sera avevano assaltato. «Passiamo dove ci pare», gridano agli agenti schierati in tenuta antisommosa. Oggi però niente scontri, è il giorno della bontà. Oggi.