Lacrime e cori per l’addio a Facchetti simbolo di un calcio a misura d’uomo

Riccardo Signori

Applausi. Entra Facchetti. Applausi. Esce Facchetti. Da una chiesa come fosse uno stadio. Come capita e capitava. Come capita a chi vive. E qualche volta anche a chi muore. La chiesa di Sant’Ambrogio sta in un angolo di Milano che ricorda l’eleganza di una città antica, una città che non c’è più. Quell’eleganza che è sempre stato un segno, un distintivo all’occhiello del Cipe. Ieri eleganza e sentimenti, voglia di applauso e voglia di preghiera, silenzi e cori da stadio, sacro e profano si sono miscelati, mischiati, inseguiti, raggrumati in un ricordo, in qualche parola. Parlavano le sciarpe e le bandiere, ovvero i simboli. Facchetti era un simbolo: per Milano, per l’Inter, per il calcio, per lo sport. Avrebbe capito prima di altri. Sembrava di vederlo, là stagliato in mezzo alla gente con la sua giacca blu e la cravatta rigorosamente intonata. Forse era davvero là in mezzo, nonostante una bara elegantemente spoglia sul sagrato, adornata solo di un fiocco nerazzurro, indicasse a tutti che Facchetti ieri era una leggenda, oggi una stella, come recitava un bello striscione posizionato davanti alla Chiesa.
Ieri c’era un caldo atroce, Milano ti soffocava e stritolava con la sua umidità. Ma nel mezzo della piazza, nelle vie adiacenti, nel bellissimo atrio porticato della Basilica, dentro la chiesa adornata delle sue ricchezze, di tante bandiere calcistiche (Fifa, Ajax, Milan, federcalcio, federazione francese e tanti altri) e di un ulivo simbolo della fedeltà che Facchetti ha sempre portato all’Inter e alla famiglia Moratti, si pigiavano migliaia di persone. Diecimila. Chissà? Forse più. Strette, sudate, infastidite da quella piccola sofferenza. Ma tutte rigorosamente serie, composte, compunte. Mancini, i giocatori, tutta l’Inter in abito scuro. Come si fossero schierati dietro a quel capitano-presidente che conoscevano, quello che aveva fatto di serietà ed eleganza di comportamento una divisa. Fin dalla mattina sono sfilate facce note e facce comuni nella cappella di San Sigismondo: là stava posata la bara del Cipe, nell’attesa del funerale. Michel Platini si è affacciato alla cappella poco dopo le undici, arrivato per scelta sua e per richiesta del presidente della Fifa Blatter. Poi è stato un dentro e fuori continuo: Rummenigge e la vecchia Inter, i fratelli Baresi e Danova, Beppe Signori e Beppe Bergomi, Zaccheroni e Cesare Maldini, Antognoni e Boninsegna, Altobelli, Beccalossi, Dinone Zoff .
Sono sbucati notabili ed amici: il commissario Rossi, Galliani, Matarrese, l’ex presidente nerazzurro Pellegrini, Rosella Sensi, Urbano Cairo e Della Valle, Tronchetti Provera, il presidente juventino Cobolli Gigli, i politici guidati da Cossutta, Enrico Ruggeri, Elio e il gruppo delle Storie tese. È spuntato perfino Franco Carraro. Qualche tifoso stava per intonargli un coretto stizzoso. Ma la buon’anima di Facchetti deve aver vigilato. Sulla bara del Cipe c’erano due maglie, una nerazzurra e un’altra azzurra. Due grandi foto adornavano la cappella insieme a una bandiera dell’Inter listata a lutto ed un altro piccolo ulivo, scelto dalla famiglia e da Massimo Moratti per spiegare a tutti il senso della vita di Facchetti. Ma il senso della sua vita è stato disegnato anche da quella gente là fuori. «Però quanti!», s’è lasciato sfuggire il solito vecchio milanese criticone che non manca mai. Ma anche a lui l’Inter ha poi rivolto un ringraziamento. «Già, ma perché hanno scritto che era una brava persona solo ora che è morto», si domandava invece un’anziana signora. Forse perché quel Facchetti, uomo per bene, lo conoscevano davvero in tanti. «La vita di Facchetti può dare un insegnamento al mondo di oggi e lo sport italiano può trarre ispirazione per un impegno di bene dalla sua testimonianza», ha recitato monsignor Merisi, vescovo di Lodi e amico di Giacinto. Con lui, concelebrava il parroco di Treviglio, la città dove è nato Facchetti e dove andrà a riposare, anche se Manfredi Palmeri, presidente del consiglio comunale di Milano, ha lanciato l’idea di trovargli un posto al Famedio, nel cimitero Monumentale dedicato ai cittadini illustri. Ma che non prevede presenza di personaggi sportivi.
Già, ma Facchetti è stato campione nella vita e nello sport, ha recitato il monsignore dandogli l’addio. «Anzi l’arrivederci in Dio. Ci rivedremo in quel Paradiso che è come un grande stadio in cui siamo tutti vincitori». Ed allora Gianfelice, il figlio del Cipe, che si dedica al teatro e che stava insieme alla mamma Giovanna, al fratello Luca e alle sorelle Vera e Barbara, si è fatto avanti, recitando così: «Ognuno deve lasciarsi dietro qualcosa quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo, un libro, un quadro, una casa, un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là». Lo ha trovato scritto in «Fahrenheit 451» di Ray Bradbury, una storia di fantascienza applicata alla realtà. E, infatti, ieri Giacinto Facchetti ha scoperto che il suo albero non morirà.