Le lacrime di Fiona nella tormenta finlandese

La May fallisce nel lungo e dice basta: «È venuta l’ora di cambiare vita». Gibilisco centra la finale nell’asta

nostro inviato a Helsinki
Tormenti italiani e tormenta di pioggia sono stati tutt’uno. Ha pianto Fiona May, ha ruggito di rabbia Giuseppe Gibilisco. Mondiali amarognoli per tanti: ha fatto male vedere Felix Sanchez, l’indomabile domenicano campione dei 400 hs, cadere di schianto dopo il primo ostacolo, tradito dal suo piede destro scheggiato. Il suo regno è andato Bershawn Jackson, new entry Usa, orecchie a sventola e gran gambe che sotto il diluvio hanno corso in 47”30 (quasi da record), lasciandosi dietro l’altro americano Carter e Kerron Clement (quarto), la nuova stella degli ostacoli, ribattezzato il Moses imperfetto perché pasticcia sulle barriere. Giovani con stoffa. Invece ha miagolato il nostro Andrew Howe nelle batterie dei 200 metri: ha corso in un tempo (21”08) che in Italia andava di moda 40 anni fa, si è indurito nel finale dimostrando di essere già al limite, e oggi sarà chiamato ai quarti contro un tizio americano che si chiama Tyson Gay, nome e cognome in eterna contraddizione, un bel torello volato via meglio di tutti, andando sotto i 20 secondi (19”99).
Il cielo di Helsinki ieri ha tramutato il suo autunnale grigiore in un cupo viso nero che ha scaricato tuoni e mulinelli d’acqua su pubblico e atleti, atmosfera da diluvio universale. Il mondiale d’atletica si è fermato per un paio d’ore, qualcuno avrà ripensato a questi scherzi dell’estate finlandese che deve avere un conto in sospeso con il salto con l’asta. Anche ventidue anni fa, nel giorno delle qualificazioni, si scatenarono fulmini e acqua. Allora la gara si interruppe, stavolta ha anticipato la tempesta, ma non tutto è stato regolare. E qui si inseriscono i primi tormenti italiani provati e provocati da Giuseppe Gibilisco, campione ruggente per il momento più con le parole che con i fatti. Ieri mattina il finlandese Mononen è riuscito a spezzare il ritto che sosteneva l’asticella, mentre ricadeva. Bel problema aggiustarlo. Anzi impossibile. Gare bloccate sulle pedane parallele (gli atleti erano divisi in due gruppi), Gibilisco tranquillo dopo aver saltato al primo tentativo i 5,45, che poi resteranno la misura della sua qualificazione. Difficile trovare soluzioni. Alla fine trovata spiccia: chiudere le qualificazioni a 5,60. Un gruppo c’era già arrivato, l’altro, quello di Gibilisco, ci arrivasse. Il nostro ci ha provato, ma non ce l’ha fatta. Tre salti falliti di un niente. Per sua fortuna anche gli altri hanno sbagliato ed è stato gioco fatto: pronto per la finale di domani. Con un pizzico di veleno sulla lingua. Nel mirino la federazione. «Volevo presentarmi a Casa Italia, alla conferenza stampa della vigilia, insieme al mio fisioterapista. Lo meritava perché lavora con me tutto l’anno. Ma un federale me l’ha impedito. Così sono rimasto al villaggio. Qualcuno dovrebbe lavarsi la coscienza». Tensione ideale per tirar fuori qualcosa di più in gara. Ieri Gibi aveva male a una gamba. «Però le sensazioni erano buone, sono fiducioso». Speriamo.
Il pianto di Fiona May ha, invece, concluso la sua storia nell’atletica. Regina nostra per 11 anni tra alti e bassi, ma con 11 medaglie al petto, Fiona ieri è rimasta fuori dalla finale del lungo per due cm soltanto (6,51 contro 6,53). Brutti scherzi del destino per una pantera che sperava nell’ultima finale. «Mi spiace chiudere così, ma non c’ero con la testa. Mio marito mi aveva consigliato di smettere dopo l’oro dei Giochi del Mediterraneo. Invece a lui hanno impedito di venire qui e hanno spinto me a gareggiare. E ora me ne vado così: triste. Era meglio uscire per dieci centimetri. All’atletica ho dato più di quanto ho ricevuto. Nel futuro farò tutt’altro». Chapeau!
Altre dal fronte italiano: la Levorato se ne torna a casa (niente 200 e staffetta), sta male (more solito). Barberi nei 400 si è qualificato ai quarti con il record personale. Finora è stato l’unico azzurro a migliorarsi. Buona notizia. Solo per lui.